Alla Casa del Jazz debutta a Roma “La misteriosa scomparsa di W”: un monologo visionario, tra ironia, malinconia e una scenografia di forte impatto visivo.
A un anno dalla scomparsa di Stefano Benni, Ambra Angiolini torna a confrontarsi con La misteriosa scomparsa di W, testo che aveva già interpretato in passato e che oggi ripropone in una nuova veste, assumendone anche la regia. Una scelta coraggiosa, perché Benni non concede scorciatoie: il suo linguaggio procede per immagini, associazioni, paradossi e continui slittamenti tra comicità e malinconia, costruendo un universo che sfugge a ogni interpretazione univoca.

La scena, realizzata con la collaborazione di Cracking Art, colpisce fin dal primo sguardo. Il rosso domina l’intero spazio teatrale: il tappeto che attraversa il palcoscenico, il grande coniglio collocato sul lato destro, il cassonetto della spazzatura sormontato da una sirena luminosa, piante spoglie e lo specchio inclinato posto al centro della scena, che non riflette il pubblico ma il pavimento e, nei momenti più intimi del monologo, la stessa protagonista. È un ambiente sospeso tra realtà e immaginazione, dove ogni elemento sembra evocare una possibile chiave di lettura senza mai imporsi come un significato definitivo.
Ambra entra in scena indossando una tuta blu da operaia sulla cui schiena campeggia un grande QR Code. Un’immagine che sembra richiamare una società sempre più incline a catalogare, classificare e identificare gli individui, quasi che l’identità possa essere ridotta a un semplice codice da scansionare.
Il centro del monologo è la misteriosa scomparsa della W, diventata improvvisamente una V. Una lettera mancante che diventa metafora di una parte di sé perduta, della difficoltà di riconoscersi e di trovare il proprio posto nel mondo. Attraverso racconti improbabili, ricordi deformati, episodi surreali e immagini poetiche, Benni costruisce una riflessione sull’omologazione, sulla diversità, sulla solitudine e sulla continua ricerca della propria identità.
Dal punto di vista interpretativo Ambra Angiolini affronta una prova di grande complessità. Il ritmo cambia continuamente: passa da momenti di comicità quasi grottesca a improvvisi affondi malinconici, alternando leggerezza, rabbia, ironia e fragilità. Si muove incessantemente nello spazio scenico, sale sul grande coniglio, si osserva nello specchio, si lega a una corda luminosa fissata al cassonetto, raccoglie frammenti di specchio infranto disseminati sul pavimento. È evidente il lavoro costruito sul corpo, sulla voce e sulla precisione dei movimenti, così come appare evidente l’impegno registico necessario a dare forma scenica a uno dei testi più complessi di Benni.
Confesso però che, a un certo punto, mi sono chiesta se la W fosse davvero scomparsa oppure si fosse semplicemente nascosta dietro una delle quattordici file che mi separavano dal palco. Da quella distanza alcuni dettagli della regia, fondamentali per comprendere il dialogo dell’attrice con gli oggetti scenici e con lo spazio, finivano inevitabilmente per sfuggire. In alcuni momenti avevo l’impressione che non fosse sparita soltanto la W, ma anche diversi gesti, diverse espressioni, dettagli visivi rimasti nelle prime file mentre io cercavo di ricomporli affidandomi più all’immaginazione che alla vista.
Del resto, recensire uno spettacolo così costruito sulla precisione dei gesti, sul simbolo e sulla relazione con gli oggetti osservandolo dalla quattordicesima fila è un po’ come voler giudicare un quadro impressionista guardandolo dal parcheggio: l’opera c’è, la percepisci, ma inevitabilmente perdi alcune pennellate essenziali.
Più che una critica allo spettacolo, questa vuole essere una riflessione sulle condizioni della visione teatrale. Chi è chiamato a raccontare uno spettacolo dovrebbe poter osservare chiaramente ogni movimento, ogni oggetto e ogni sfumatura della messa in scena. Altrimenti si rischia di recensire non soltanto il lavoro dell’artista, ma anche la propria prospettiva.
La scrittura di Benni, inoltre, procede come un sogno: per associazioni, deviazioni, salti improvvisi e ritorni. È un andamento volutamente ipnotico, che richiede allo spettatore di abbandonare la logica narrativa tradizionale per lasciarsi trasportare in un flusso di immagini e suggestioni. In alcuni passaggi questa costruzione può mettere alla prova l’attenzione, soprattutto quando la distanza dal palco impedisce di cogliere pienamente la ricchezza dell’azione scenica. Per un attimo mi sono persino sorpresa a combattere contro un leggero torpore, ma forse era proprio questo il gioco di Benni: accompagnare lo spettatore dentro un sogno, dove il confine tra veglia e immaginazione diventa sempre più sottile. Se così fosse, allora quel fugace colpo di sonno non sarebbe stato una distrazione, bensì la dimostrazione che il sogno aveva raggiunto anche la platea.
La misteriosa scomparsa di W è uno spettacolo che non accompagna lo spettatore per mano. Lo invita piuttosto a perdersi, ad attraversare un universo fatto di simboli, frammenti e continue trasformazioni. È una sfida che Ambra Angiolini sceglie consapevolmente di affrontare, sia come interprete sia come regista, mettendosi al servizio di un testo difficile con generosità, dedizione e un lavoro scenico di notevole intensità.

Forse non tutti i passaggi arrivano con la stessa immediatezza e qualche momento può lasciare il pubblico disorientato e alla ricerca di un filo da seguire. Ma forse è proprio questa la natura della W immaginata da Benni: qualcosa che continuamente sfugge, costringendoci a cercarla. E forse il senso dello spettacolo non è trovarla davvero, bensì continuare a inseguirla, perché, in fondo, ciascuno di noi conserva una W perduta da rincorrere per tutta la vita.
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La misteriosa scomparsa di W di Stefano Benni – regia e interpretazione Ambra Angiolini – assistente alla regia Beatrice Cazzaro – scenografie Craking Art – musiche Dardust – Produzione Teatro Carcano – Casa del Jazz, Roma 1° luglio 2026





