Iscriviti alla NewsLetter
Cerca

Graziano Piazza: «Il mito ci sorprende perché ci appartiene»

Dal debutto di “Ero, L’Ultima Luce” alla riflessione sul teatro come luogo di memoria e verità: il regista ripercorre la genesi dello spettacolo tratto dal testo di Alessandro Pertosa e interpretato da Melania Fiore.

Debutta in prima nazionale estiva al Festival Rete Teatri di Asti Ero, L’Ultima Luce, il nuovo lavoro di Alessandro Pertosa affidato all’interpretazione di Melania Fiore e alla regia di Graziano Piazza, che abbiamo incontrato per l’occasione. Figura di spicco del teatro italiano, attore, regista e scultore con oltre quarant’anni di esperienza artistica, Piazza guida un monologo intenso e poetico che, nelle parole dell’autore, si configura come “un inno alla durata, all’attesa, alla resistenza del sentimento oltre la presenza, oltre il tempo, oltre il corpo”.

È regista del progetto Ero, LUltima Luce di Alessandro Pertosa, con Melania Fiore, che debutterà in prima nazionale il 5 luglio al Festival Rete Teatri. Una drammaturgia ispirata al mito greco di Ero e Leandro. Cosa significa per lei misurarsi con il mito, anima fondante del teatro occidentale, e renderlo fruibile al pubblico contemporaneo?

Il mito è sempre stato, per me, una testimonianza concreta. I personaggi mitologici sono espressione della nostra quotidianità: il mito convive perennemente con noi, tra le pieghe della nostra inconsapevolezza, e ci permette di vedere una parte profonda di ciò che siamo. Ci sorprende proprio perché  ci appartiene. Lo riconosciamo.

Il mito è una sintesi della nostra frammentarietà, qualcosa che ci conduce verso il Vero, verso quella Verità che sta sotto la nostra inusitata meccanicità. Molto prima della venuta di Gesù Cristo esistevano le Scuole di Ripetizione, luoghi in cui venivano tramandate parabole e narrazioni. Attraverso la memoria condivisa si generavano domande necessarie ad affrontare la vita. Ecco, si potrebbe dire che il mito sia la testimonianza di questa Domanda.

Il teatro è il luogo prediletto di questa salvifica ripetizione. Ero, sacerdotessa di Afrodite, e il suo Leandro, che ogni notte attraversa a nuoto lEllesponto sfidando i marosi, ci parlano della nostra naturale propensione allamore, del bisogno di superare separazioni e lontananze, della possibilità di essere interamente per laltro anche nella sua mancanza. Ero è un faro: ci indica una Via.

Nelle sue note di regia scrive: Ero e Leandro sono i due elettrodi di un sistema di energia che declina lamore in tutte le sue più sottili pieghe del sentire”. Come sono i suoi Ero e Leandro?

Leandro è dallaltra parte dellEllesponto. O forse è già immerso nei flutti che ormai da tempo gli impediscono di arrivare, come ogni notte, a vivere il suo amore per Ero. Eppure resta per lei un riferimento continuo. Ero e la sua storia esistono solo in virtù di lui.

In scena lei lo materializza come se fosse presente. Ed è proprio in questo come se” che risiede tutto il valore del teatro, come diceva Stanislavskij. Colei che attende il suo amato diventa colei che vive della sua presenza, nonostante lui non ci sia, nonostante non venga da tempo. Tra loro esiste un sistema connesso: sono due poli, due vasi comunicanti che vivono luno per laltra e producono energia. È una condizione che conosciamo tutti e che chiamiamo in molti modi: stato nascente”, innamoramento, passione. È qualcosa che ci coinvolge completamente, che ci inebria con tutti i sensi desti.

Come accade in molti monologhi, anche qui siamo di fronte a un dialogo con un interlocutore mancante. Frammenti di Leandro sono sparsi intorno a Ero: negli elementi naturali, nel mare, nel vento, nellaria, in tutto ciò con cui lei si confronta, si confida, si muove alla ricerca di un senso. Ero è una giovane donna che vive lo stupore di conoscere il proprio corpo sotto nuove forme. Scopre unemozione non regolata da alcuna ragione e si abbandona al dolore della mancanza. Lo amplifica, lo muove dentro di sé, lo attraversa, e lo usa per trovare le parole, i geroglifici del suo amore.

Lamore è ciò che muove tutta questa meravigliosa storia. Cos’è per lei lamore e come lo traduce in questo lavoro?

Parlare dellamore è sempre pericoloso. La banalità dellamore” ci fa locchiolino e, inevitabilmente, viene da pensare all’amor che move il sole e laltre stelle… Le forme dellamore cambiano, ma il suo impulso vitale e naturale ci collega gli uni agli altri attraverso i secoli. Oggi dovrei forse usare lo schwa per rendere ancora più evidente la comunanza universale a cui mi riferisco.

Lamore però è qualcosa di talmente personale che mi viene in mente una meravigliosa storia sufi. Cercherò di essere conciso. In un paese abitato soltanto da ciechi, un giorno venne portato un elefante. Ognuno ebbe esperienza dellanimale attraverso la propria sensibilità: cera chi, toccando le zampe, diceva che fosse come le colonne di una cattedrale; chi, sfiorando le orecchie, lo immaginava come un grande ventaglio; chi, incontrando la proboscide, lo descriveva come un essere demoniaco, dotato di un braccio devastante che si muoveva come un serpente. Nessuno poteva conoscere lelefante nella sua totalità, nella sua Realtà. Possiamo conoscere soltanto il frammento che ci è dato vivere. La Realtà dellAmore è un percorso di pratica e consapevolezza, che attraversa molte strade, non sempre comode. Per la mia modesta esperienza, bisogna soltanto mantenere il canale aperto, non chiudersi allaltro da sé e ricordarsi che non siamo immortali. LAmore guarisce, ci salva dal nostro egoismo cieco. Questo penso.

In questo lavoro ho cercato di tradurlo con pudore e stupore. Mi sono avvicinato al testo e a Melania Fiore cercando la necessità delle parole, lazione interna che le genera, lo stato di apertura e di verità da cui devono nascere.

Cosa c’è di Graziano Piazza in questo testo? E cosa lha spinta a sceglierlo per curarne la regia?

Parlare di ciò che c’è di me in questo testo, con una franchezza quasi spietata, significa parlare della propria femminilità, della naturale capacità di un pensiero liquido — direbbe Bauman — comune a gran parte degli esseri viventi. Significa, per me, parlare di unattitudine alla vita fatta di sensibilità e accoglienza, di coraggio e consapevolezza, ma anche di azzardo e ostinazione, di illusione e del suo superamento. 

Credo che questo riguardi tutto il genere umano, e forse anche il regno animale e vegetale. So che può sembrare qualcosa di olistico, ma credo fermamente nella “fragranza” delle cose della vita e come dice colui che considero il mio Maestro spirituale Jalal al-Din Rumi, “due pietre non potranno mai occupare lo stesso spazio, due fragranze si, sii fragranza”.  

Il testo mi è stato proposto da Melania Fiore e lho trovato subito interessante. Come tutte le cose che giungono — e io non credo nel caso — ho lasciato che, in questo preciso momento della mia vita, la storia di Ero e del suo coraggio damore potesse ispirarmi, potesse indicarmi una luce.

Ho scelto di accompagnare unattrice brava, che conoscevo da tempo e con cui più volte ci eravamo detti che avremmo voluto lavorare insieme. Questa è unoccasione bellissima per incontrarci davvero, conoscerci artisticamente e ispirarci a vicenda.

Come ha lavorato con Melania Fiore per dare forma al personaggio di Ero?

Melania Fiore avrà una scenografia/costume molto presente, con cui dovrà “giocare”, creata da Maria Alessandra Giuri, con cui lavoro abitualmente. Avrà inoltre una colonna sonora con cui dialogare e un disegno luci che rappresenterà quellavamposto del coraggio damore, quel faro acceso per tutti gli esseri umani.

Per quanto riguarda la recitazione, stiamo lavorando per rendere la parola visibile. Cerchiamo una concretezza e unautenticità capaci di contenere anche note fortemente poetiche. Il flusso del pensiero di Ero sarà innervato da continui cambiamenti, da scarti, da travalicamenti della ragione, lasciando che lemozione scaturisca senza forzature, quasi per inerzia, come una necessità del corpo e dellanima.

Dopo il debutto estivo, quali saranno le prossime tappe della tournée? Possiamo aspettarvi anche a Roma nella stagione 2026/2027?

Debuttiamo il 5 luglio al Castello di Monastero Bormida e saremo poi in altre piazze del Festival Rete Teatri, in Piemonte. Successivamente porteremo lo spettacolo al festival curato da Melania Giglio a Gualdo Tadino, e altre date si stanno aggiungendo.

Siamo arrivati un po’ tardi quest’anno, ma so che nella prossima stagione lo spettacolo avrà modo di essere presentato anche a Roma e in altre città italiane.

Quali saranno le prossime tappe del suo percorso artistico, tra regia e interpretazione?

Prima del debutto con Ero, sarò al Campania Teatro Festival con Lisbona, un testo di Luca Cedrola, autore con cui lavoro da anni. Lo aveva scritto durante il periodo del Covid e io lo avevo recitato dalla mia terrazza, in piena reclusione”. Ora troverà una sua forma più empatica di comunicazione alla sala Assoli del Teatro Nuovo di Napoli, il 1° luglio. Il prossimo anno sarò con Elisabetta Pozzi in Quinto Potere, per la regia di Daniele Salvo, in tournée nazionale. Sarò poi in Life is a Flower, un testo sul cambiamento climatico prodotto da Mulino ad Arte, e, nel finale di stagione, in Vestire gli ignudi di Pirandello, per la regia di Piero Maccarinelli, prodotto dal Teatro Biondo di Palermo.

error: Contenuto protetto per copyright [Content is protected !!]