La voce, il gesto, l’intelligenza e il suo lascito
Celebrare il centenario della nascita di Elio Pandolfi significa prima di tutto sottrarre la sua figura alla riduttiva etichetta di formidabile intrattenitore, per restituirgli lo status che merita: quello di un esteta della scena, un anatomista della vocalità e del gesto. Il suo non è stato semplicemente un percorso artistico, ma un lungo studio condotto attraverso i mezzi del teatro, del doppiaggio e della radio. Dietro quella naturalezza che appariva fluida e immediata sul palcoscenico si celava un rigore quasi monastico, un approccio al mestiere che non lasciava nulla al caso e che affondava le radici nella disciplina ereditata dagli anni dell’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica.
Pandolfi non si limitava a riprodurre un suono o a imitare un tic: lo sezionava con cura, studiando la postura fisica che lo generava e la psicologia che lo muoveva. Questa sapienza artigianale lo rese un gigante del leggio, capace di prestare la voce ad attori come Spencer Tracy, Philippe Noiret, Louis de Funès e Anthony Hopkins. Questo metodo trovò espressione in una galleria di caratterizzazioni in cui Pandolfi, con un’elasticità vocale fuori dal comune, sapeva evocare il mondo delle stelle hollywoodiane e dei divi nostrani con precisione fonetica, arrivando a ricreare le cadenze delle grandi signore del doppiaggio italiano, come Tina Lattanzi, distillandone l’essenza interpretativa.
Un virtuosismo talmente estremo da spingerlo persino a doppiare Rina Morelli nel film Gli zitelloni (Giorgio Bianchi, 1958); un esperimento audace che tuttavia scatenò alcune polemiche interne all’ambiente sull’opportunità che una celebre capocomica venisse doppiata da un uomo. A causa di quel dibattito, la sua prestazione vocale venne rimossa quasi del tutto a favore di un ridoppiaggio a opera dell’attrice stessa, anche se la traccia originaria di Pandolfi è rimasta miracolosamente udibile in una scena recitata assieme a Vittorio De Sica.
Tutta la sua carriera è stata attraversata da una forma di ironia bifronte, al contempo delicata e graffiante: un garbo innato d’altri tempi che gli permetteva di entrare in punta di piedi anche nelle satire più accese, supportato però da una lama critica affilatissima, capace di pungere il costume sociale senza mai cadere al cinismo. Questa geometrica versatilità non poteva non attirare i grandi registi del Novecento, e tra i suoi sodalizi più significativi spicca quello con Luchino Visconti. Il loro incontro professionale risale al 1954, quando Visconti lo chiamò a doppiare Alida Valli in una scena di Senso, riconoscendone le eccezionali qualità vocali.
Da allora il regista trovò in Pandolfi un interprete ideale, capace di coniugare precisione millimetrica e assoluta disciplina scenica, come dimostra la sua presenza nella memorabile messinscena de L’impresario delle Smirne di Carlo Goldoni, che debuttò al Teatro La Fenice di Venezia il 1° agosto 1957 per poi essere esportata con successo a Parigi e Zurigo. Oggi, a un secolo dalla nascita, l’eredità di Elio Pandolfi risiede proprio in questa fusione perfetta tra talento poliedrico e disciplina assoluta, il ricordo prezioso di un gentiluomo della scena che ha saputo usare la sua voce per raccontarci i mille volti dell’animo umano.





