La prima serata Demo di Inventaria 2026 apre il sipario su una generazione che ha cose da dire
Tre studi, tre compagnie, un unico filo conduttore: la luce – nelle sue declinazioni fisiche, metaforiche e drammaturgiche. La prima serata Demo di Inventaria – La Festa del Teatro Off 2026 ha trasformato il Teatro Basilica di Roma in un laboratorio di visioni, dove il pubblico ha avuto il privilegio di assistere a lavori ancora in divenire ma già carichi di una loro necessità espressiva. La sezione, curata con occhio attento da Flavia G. De Lipsis, conferma la vocazione del festival: scovare e dare voce a chi fa teatro con urgenza, non per abitudine.
Ad aprire la serata è stato lo studio della compagnia Articolo 17 [immagine in copertina], e già dal titolo Operai della Luce si intuisce l’orizzonte poetico verso cui il lavoro tende. Su un palcoscenico volutamente spoglio, due fratelli ricevono un incarico immane: fabbricare il chiarore e sistemarlo nel cielo, in quell’epoca in cui il mondo era ancora un foglio bianco immerso nel buio più totale. A dargli corpo ci pensano i giovanissimi Silvia Maggi e Alex Rossi, che si muovono con una coordinazione naturale, come fossero davvero due artigiani celesti alle prese con lampadine, fili luminosi e bulbi di vetro.
Come ha raccontato il regista Carlo Tincani, tutto è nato quasi per gioco, osservando i due attori improvvisare con piccole fonti di luce. Da quell’impulso è germogliato qualcosa di più profondo: un rapporto umano in cui la luce diventa strumento di conoscenza, sfida, legame. Quando i due protagonisti sono uniti, tutto brilla; quando sorge il conflitto, il buio sembra voler inghiottire ogni cosa. La drammaturgia di Alessio Vicic mescola suggestioni bibliche e leggende orientali senza mai appesantire la narrazione, mentre le musiche di Alberto Mecacci avvolgono la scena con discrezione. Nulla è in eccesso: i corpi parlano, la luce racconta.
Articolo 17 non è una compagnia nata in accademia: i suoi membri si sono conosciuti lavorando come volontari in un progetto teatrale dentro il penitenziario della Spezia. Da quella frequentazione con una realtà dura è nata la volontà di fare un teatro accessibile, che sappia parlare a tutti senza mai essere distante. Operai della Luce è un debutto luminoso, in tutti i sensi. Parla della creazione dell’universo e, insieme, della fatica quotidiana di trovare la propria strada, meglio se fianco a fianco con qualcuno.
Il secondo studio della serata è stato Rumination, della neonata compagnia Le Rane Bollite, fondata nel 2025. Il tema – l’insonnia e il pensiero ruminante che la abita – ha trovato una platea visibilmente partecipe: la veglia forzata è un nervo scoperto della contemporaneità, e lo spettacolo lo sa. Anche qui la luce è protagonista, ma questa volta come aguzzino psicologico: una presenza fredda e pervasiva che impedisce l’oblio, che taglia lo spazio della “Stanza del Sonno” isolando i due protagonisti nelle loro solitudini prima di fonderli in un unico chiaroscuro.
Andrea Vallero e Penelope Sangiorgi interpretano due sconosciuti intrappolati in un protocollo terapeutico estremo: non potranno tornare liberi finché non dimostreranno di riuscire a dormire ininterrottamente per un terzo esatto della giornata. L’idea è nata da una necessità personale di Vallero, autore del testo, che ha trasferito sulla carta le sue veglie e il senso di allerta perenne che sente come tratto generazionale. Quello che nasce come riflessione solitaria si è trasformato, nell’incontro creativo con Sangiorgi, in una drammaturgia più complessa: il confronto tra due esseri che, in una clinica dall’atmosfera assurda, devono inventare nuove forme di alleanza per non soccombere a sé stessi.
La Sangiorgi, che cura anche la regia oltre a essere in scena, porta una sensibilità maturata tra accademie britanniche e percorsi di scrittura drammaturgica; Vallero affianca a un solido background cinematografico un’ironia affilata. Il risultato è una tragicommedia fluida, dove il riso amaro cede il passo a momenti di introspezione genuina. Il nome del collettivo – Le Rane Bollite – è di per sé un manifesto: quella tendenza umana ad abituarsi a situazioni opprimenti senza reagire, fino a quando non si decide di dare un colpo di coda. Rumination è esattamente quello: un invito a smettere di evitare il problema e a trovare, nel buio che tanto ci spaventa, una forma nuova di pace consapevole.
A chiudere la serata è stato il lavoro del nucleo artistico SalaBazar, e il titolo scelto è già una dichiarazione d’intenti. Chiarìa – O la beffa dell’ombra come hanno spiegato gli stessi interpreti Alice Picchiarelli e Lorenzo Pompili indica quel soffuso barlume, simile alla luce di una luna o di un lampione, che squarcia le tenebre per permettere a ciò che è occulto di manifestarsi. È esattamente ciò che accade in scena: un frammento di visibilità che si posa su un dettaglio e dà il via a una narrazione che scava nell’animo umano.
Al centro dello spettacolo c’è il dualismo tra chi schiaccia e chi viene schiacciato, affrontato attraverso sequenze che si aprono con un’accensione improvvisa che mette a nudo ogni sopruso. La figura oppressa, inizialmente rassegnata a incassare i colpi, trova alla fine il coraggio di una ribellione catartica. Ma il colpo di scena vero è nel post-vendetta: una volta svanito il conflitto, restano soltanto la nuda verità e le fragilità inconfessabili che si nascondevano dietro la cattiveria. La satira pungente — che punta il dito contro istituzioni come il mondo bancario o quello ecclesiastico, usando persino il dialetto come arma di autenticità – si alterna a momenti in cui il linguaggio del corpo prende il sopravvento in una partitura silenziosa.
Tra un atto e l’altro, figure impalpabili si muovono dietro pannelli semitrasparenti: operai del sogno che ricordano per certi versi l’essenza del clown, capaci di tessere una trama parallela che arricchisce il senso estetico dell’insieme. SalaBazar è una macchina in cui ogni ingranaggio conta: le atmosfere sonore di Riccardo Alvetreti e la scenografia mobile di Luca Giordano – tecnico, scenografo e architetto delle luci in un solo corpo – non sono semplici contorni ma elementi portanti della drammaturgia. La versione definitiva promette una scenografia ancora più imponente. Per ora, quella che abbiamo visto è già un’opera che sa commuovere e far riflettere attraverso il riso e la poesia del gesto.
Tre studi, tre modi diversi di abitare il palco, tre compagnie che, pur con percorsi e linguaggi propri, condividono una stessa urgenza: fare un teatro che non sia mai decorativo, ma necessario. La serata Demo di Inventaria ha dimostrato che il teatro off romano ha radici vive e rami in crescita. Vale la pena tenerli d’occhio.
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Tre luci sul teatro Off a Teatro Basilica – Prima serata della sezione Demo per Inventaria – FEsta del Teatro Off 2026, in copertina Silvia Maggi e Alex Rossi, Teatro Basilica 15 giugno 2026
Foto ©Grazia Menna





