Eccellenza visiva, violenza, sessualizzazione estrema e quella sottile linea tra denuncia e voyeurismo
Euphoria 3 ha rappresentato l’atto conclusivo di una delle serie tv più incisive del nostro tempo. Sam Levinson compie una svolta netta: abbandona la cornice adolescenziale con un salto temporale di cinque anni. I ragazzi e le ragazze di ieri sono diventate giovani adulte. La narrazione si è fatta più scura, più frammentata, più ambiziosa, ma anche più contraddittoria. La stagione mantiene un’ottima qualità estetica e si distingue per uno stile marcatamente western, infarcito di citazioni cinematografiche ricercate. Le sorprese narrative e i colpi di scena non risparmiano qualche critica, soprattutto sul finale di serie, che, vista l’importanza, avrebbe funzionato garantendo un una maggiore coerenza generale.

Partiamo da ciò che funziona ancora splendidamente. Euphoria 3, visivamente, resta un’esperienza incredibile. La fotografia è ricercata, l’uso della luce è espressivo quasi quanto la parola, e la regia ha permesso di confezionare immagini che si fissano in testa e non se ne vanno più. Il disagio emotivo dei personaggi diventa esperienza audiovisiva pura, e in questo Levinson ha dimostrato un talento raro in tutte e tre le stagioni.
Ma c’è un elemento in particolare che merita una riflessione più attenta: il trucco. Per moltissimo tempo, al make-up è stato affidato un compito sostanzialmente correttivo. La clean girl aesthetic ne è l’esempio più riconoscibile, ma anche il più paradossale. La naturalezza diventa una performance meticolosa, tutto calibrato perché nulla sembri davvero costruito. Euphoria ha rotto questo schema.
Donni Davy, la truccatrice della serie, ha sempre raccontato il trucco come parte integrante della scrittura dei personaggi. Non un accessorio che arriva dopo, a vestire un volto già definito, ma un indizio visivo. Il modo in cui quel volto trattiene ciò che la scena, o il personaggio stesso, non riesce ancora a dire. Una lacrima di glitter, un ombretto sbavato, una linea di eyeliner volutamente imperfetta.
Ciò non elimina un tipo di costruzione estetica sistematica, ma può portare a un cambio rispetto a ciò che chiediamo alla bellezza. Il volto non deve più fingere di essere sempre composto, come se nulla lo attraversasse. Anche ciò che “normalmente” verrebbe corretto (una occhiaia, un’imperfezione) diventa parte integrante dell’immagine. Forse si può considerare questo uno dei primi passi per chiedere alla bellezza qualcosa di diverso. Non si tratta solo di apparire meglio, ma permettere al volto di raccontare anche ciò che non sempre si può dire o controllare. Euphoria ha reso visibile questo passaggio meglio di qualsiasi altra serie degli ultimi anni. In questa terza stagione, nonostante il make-up persista come linguaggio narrativo, perde un po’ la sua precedente incisività.
Sul piano narrativo, la terza stagione presenta diverse criticità. Innanzitutto, la critica concorda nel ritenere che la trama abbia perso compattezza. Un’esagerazione di shock, violenza e colpi di scena surclassano quel percorso psicologico, quella profondità che ha reso celebri i protagonisti. Alcune storyline appaiono dispersive, mentre diversi personaggi storici ricevono uno spazio inferiore alle aspettative. Persino la performance di Zendaya, da sempre il cuore pulsante della serie, viene valorizzata in modo meno incisivo rispetto alle stagioni che le erano valse due Emmy award.
Ma il nodo vero è un altro, ed è politico prima ancora che narrativo. Euphoria ha sempre raccontato temi scomodi: dipendenze, rapporto con la sessualità, con la violenza. Gran parte del suo successo è dovuto anche a questo. La serie ha saputo restituire uno spaccato di realtà della Gen Z dolorosamente vero, senza filtri educativi o censori. Ma in questa terza stagione qualcosa si è rotto. Quello che era un racconto crudo è scivolato verso una confusione sottile tra rivendicazione e misoginia, tra rappresentazione del desiderio, male gaze e sessualizzazione fine a se stessa.
In Euphoria 3, quasi ogni personaggio femminile è intrappolato in dinamiche di sfruttamento sessuale. Cassie produce contenuti per OnlyFans, Jules si sottopone a rituali BDSM per uno sugar daddy. Le ballerine nello strip club dove lavora Rue subiscono violenza sessuale o tratta. Maddy sfrutta il corpo femminile per ambizioni personali manageriali. L’unica figura che conserva una parvenza di dignità è Lexi, vergine e spettatrice esterna. I messaggi impliciti, stando così le cose, rischiano di essere davvero problematici. La sessualità femminile può essere acquistata solo al prezzo dell’umiliazione, dell’oggettificazione e della deumanizzazione. Inoltre, non esistono proprio immaginari di donne al potere, ambiziose o attive.
è importante chiarire che questa non vuole essere una critica moralistica. Si possono, anzi devono, raccontare realtà di prostituzione, dipendenza, sessualità estrema e utilizzo del corpo. Purché dietro ci sia una lente critica che faccia riflettere. Euphoria 3 però, più che portare a riflettere, ipnotizza. Dà una visuale molto precisa di ciò che la donna può o non può essere nella nostra società. E lo fa con tale potenza visiva da sembrare l’unica possibile. È importante, ad oggi, fare i conti con un aspetto fondamentale: L’immagine crea la realtà. La narrazione plasma la realtà.
Un altro livello di lettura è la dimensione meta-seriale. Levinson ha creato un livello superiore attraverso cui condurre Euphoria alla deriva, mostrando il filo sottilissimo che separa la finzione dalla realtà. Quello che Levinson mette in scena è l’ibridazione totale dei media che ha travolto l’intrattenimento. Ci troviamo di fronte a una violenza resa ordinaria, a una sessualità spinta fino all’eccesso e a una sorta di colonialismo culturale per cui qualsiasi cosa è accettabile, purché sia coerente con la narrazione dominante. La gigantesca OnlyFans che vuole inghiottire Hollywood.
L’esempio più riuscito riguarda la figura di Sydney Sweeney. Molte persone si stanno chiedendo se non assomigli un po’ al caso di Timothée Chalamet, che sembrò plasmare la sua persona al ruolo di Marty Supreme per tutta la campagna promozionale, sconfinando anche nella vita privata. Cassie, incredibilmente più centrale in questo terzo capitolo, ridotta a corpo sessualizzato e sfruttato, vive sullo schermo una delle rappresentazioni più estreme della serie. Poi vediamo Sydney Sweeney fuori dallo schermo impegnata in pubblicità controverse e interviste politicizzate ed è immediato chiedersi dove sia il confine tra l’attrice e il personaggio, tra la fiction e la spettacolarizzazione di massa.
Nella serie più seguita del momento, ciò che non viene mai mostrato è che la realtà del Sex Work è ben diversa. Chi fa questo lavoro non perde automaticamente il proprio consenso né accetta di subire violenze. Eppure Euphoria non lascia spazio ad altre visioni. Il risultato è una rappresentazione povera, in cui chi conosce quel mondo quasi mai ha voce.

Forse la vera domanda che Euphoria 3 stimola non ruota attorno alla bella o brutta riuscita della stagione (c’è chi la difende e chi la distrugge). Piuttosto, che tipo di realtà vogliamo che le immagini contribuiscano a costruire? Perché ciò che consumiamo come intrattenimento modella il nostro sguardo sul mondo. La terza stagione ci regala sequenze ipnotiche, immagini potenti, di una bellezza travolgente, ma le carica di un’assenza di morale che solo parzialmente possiamo leggere come critica. Il resto è mero spettacolo.
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Euphoria 3 – Sceneggiatura e regia: Sam Levinson. Cast: Zendaya, Hunter Schafer, Jacob Elordi, Sydney Sweeney, Alexa Demie, Maude Apatow, Eric Dane, Nika King, Colman Domingo, Chloe Cherry – Su Sky Atlantic e HBO dal 13 aprile al 1 giugno 2026





