La grazia del popolo, l’asprezza del genio, un interprete senza confini
Un volto segnato da uno sguardo sempre torvo e severo, capace però di custodire un segreto raro: fondere la grazia del popolo con la nobiltà dell’arte. Paolo Stoppa ha attraversato la storia dello spettacolo italiano grazie a un’espressività straordinaria, in grado di spaziare con disinvoltura tra sfumature colte e viscerali, dialettali e sofisticate. A sorreggere questa eccezionale presenza scenica c’era un timbro vocale unico, una voce come carta vetrata: una sonorità capace di levigare e rifinire ogni testo e opera, rimasta impressa nella memoria collettiva. Proprio oggi ricorrono i 120 anni dalla nascita di questo immenso attore.
Questo lungo viaggio artistico cominciò nella sua Roma, dove nacque nel 1906, per poi trovare i primi sbocchi sul palcoscenico alla fine degli anni Venti; un debutto a cui si affiancarono presto, già nel corso degli anni Trenta, le prime incursioni davanti alla macchina da presa, ponendo fin da subito le basi di una versatilità rara. Ma fu tra le pareti del Teatro Eliseo, alle soglie della guerra, che il destino di Stoppa cambiò per sempre: l’incontro con Rina Morelli segnò difatti la nascita di un sodalizio umano e professionale tra i più intensi del nostro Novecento teatrale, una complicità che trovò la sua ideale prosecuzione nel secondo dopoguerra grazie all’incontro con Luchino Visconti. Con il celebre trio Stoppa-Morelli-Visconti, l’attore romano prese parte a una stagione fondamentale per il rinnovamento del teatro italiano, misurandosi con i testi di Shakespeare, Goldoni e Cechov e sviluppando una solida maturità espressiva che divenne il tratto distintivo della sua carriera.
Fu così che il talento di Stoppa si impose in maggior misura sul grande schermo, trasformandolo in uno dei volti più necessari e completi della settima arte italiana. La sua maschera severa e la sua voce graffiante diventarono lo strumento perfetto per i grandi registi dell’epoca, un talento capace di muoversi tra la lucida favola di Miracolo a Milano (Vittorio De Sica, 1951), la coralità viscerale de L’oro di Napoli (lo stesso regista, 1954) e l’ironia amara di Siamo uomini o caporali (Camillo Mastrocinque, 1955) accanto a Totò, fino a toccare vette assolute proprio sotto la direzione di Visconti, prima con il memorabile affresco sociale di Rocco e i suoi fratelli (1960) e poi con la rappresentazione magistrale e disincantata della Sicilia durante il Risorgimento nel capolavoro Il Gattopardo (1963).
Una versatilità magnetica che negli anni Settanta conquistò anche la televisione, dove Stoppa si impose come l’indiscusso protagonista della grande stagione degli sceneggiati RAI grazie alla regia di Daniele D’Anza, da Il giudice e il suo boia (1972) al perturbante ESP (1973), fino al successo travolgente de L’amaro caso della baronessa di Carini (1975).
Eppure, proprio quando una carriera così monumentale sembrava aver già detto tutto, Stoppa decise di tornare là dove tutto era iniziato, regalando al suo pubblico un ultimo, straordinario capitolo teatrale. Se prima fu Giuseppe Patroni Griffi a ricondurlo sulle tavole del palcoscenico per prestare il suo carisma a L’avaro di Molière (1981/1982), subito dopo arrivò l’incontro con un altro vertice assoluto della drammaturgia: la sua celebre interpretazione di Ciampa ne Il berretto a sonagli di Luigi Pirandello, applaudita prima nell’edizione teatrale del 1984 e poi cristallizzata in quella audiovisiva del 1986. Un vero e proprio evento culturale che Aggeo Savioli, sulle pagine dell’Unità del 15 marzo 1984, consacrò subito come una: «Splendida prova, quella di Paolo Stoppa, sostenuta da un’antica sapienza vocale e gestuale, corroborata anche da un giovanile entusiasmo per un ruolo a lui nuovo e diverso. Feroce, spietato, il personaggio si umanizza per un suo retroterra ironico, che è certo in Pirandello, e che Stoppa valorizza secondo il proprio stile, con l’asciuttezza pungente che gli conosciamo da tanto».
Questo spettacolo non solo ripropose la proficua sintonia del regista Luigi Squarzina con l’universo pirandelliano, ma sancì il definitivo, acclamatissimo testamento scenico dell’attore. In quella tragica e dolorosa follia, Stoppa condensò l’essenza stessa della sua arte prima di spegnersi a Roma il 1º maggio 1988, lasciando il ricordo di un gigante che, a 120 anni dalla nascita, continua a graffiare e a nobilitare la storia della nostra cultura.





