In “Nella carne”, David Szalay racconta la deriva silenziosa di un uomo attraverso le trasformazioni dell’Europa contemporanea
Ci sono romanzi che cercano di spiegare il mondo e altri che si limitano a osservarlo mentre accade. Si concentrano su dettagli apparentemente banali, inusuali per arrivare a tessere una storia sorprendente nonostante l’apparente “inconsistenza” dei fatti. Nella carne di David Szalay appartiene con decisione alla seconda categoria.

@Jonas Matyassy
Pubblicato da Adelphi e vincitore del Booker Prize 2025, il romanzo segue l’esistenza di István, un ragazzo ungherese che attraversa quasi quarant’anni di storia europea senza mai assumere davvero il controllo della propria vita. Senza mai agire un ruolo decisivo, acquisire una personalità definitiva; il tratto che più lo contraddistingue è quell’”okay” pronunciato in maniera costante e regolare. Eppure è proprio questa apparente passività a rendere il libro un’opera quasi enigmatica, ricca di domande e di spunti.
David Szalay costruisce la parabola del suo protagonista partendo da un episodio traumatico dell’adolescenza. Da quel momento la vita di István sembra svilupparsi per inerzia: il carcere minorile, l’esperienza militare in Medio Oriente, l’emigrazione a Londra, l’ingresso nei circoli dell’alta borghesia britannica e, infine, il ritorno alle proprie origini. Sullo sfondo scorrono eventi che hanno segnato l’Europa degli ultimi decenni: la fine del blocco sovietico, la globalizzazione, la guerra in Iraq, le trasformazioni economiche e sociali del nuovo millennio. Tuttavia, Szalay evita accuratamente il romanzo storico tradizionale. La Storia non viene raccontata come protagonista, ma come una corrente che trascina individui incapaci di opporvisi.
Il tratto più sorprendente del libro è la scrittura. La prosa di Szalay è ridotta all’essenziale, quasi scheletrica. I dialoghi sono brevi, le descrizioni asciutte, le emozioni raramente esplicitate. Il lettore non entra davvero nella mente di István; ne osserva i gesti, le reazioni, i silenzi. Ma non coglie mai pienamente le motivazioni, i pezzi di racconto e di storia tralasciati dallo stesso scrittore.
Si può percepire questa sottrazione come un atto di straordinaria precisione narrativa, capace di restituire l’ineffabilità dell’esperienza umana; dall’altra parte, però, la distanza emotiva lascia spazio all’incomprensione, a domande mai davvero risposte, a una mancata immedesimazione. Eppure è proprio in questa zona di ambiguità che il romanzo trova la propria forza.
István è un personaggio difficile da amare. Taciturno, spesso indecifrabile, sembra attraversare la vita come un osservatore della propria esistenza. Le relazioni sentimentali e sessuali che segnano il suo percorso non producono una vera crescita interiore; semmai evidenziano una fragilità che il protagonista non riesce a nominare. Questa potrebbe essere la conseguenza di un trauma originario mai elaborato, una ferita che congela il personaggio in una sorta di eterna adolescenza emotiva. Lettura, però, che si affianca anche ad una riflessione più ampia sulle sue incapacità comunicative e sulla difficoltà di costruire legami autentici. Tutto ruota intorno a relazioni mal definite, al sesso come motore iniziale e poi mai realmente compreso, a quella corporeità che emerge e lascia sullo sfondo i dettagli narrativi comuni. Domina la carte, materia incomprensibile, trascinante, centro vero degli accadimenti.
Il titolo stesso, Nella carne, suggerisce una dimensione profondamente materiale dell’esistenza. Il corpo precede il pensiero, l’istinto precede la riflessione. Le decisioni cruciali della vita di István sembrano nascere da impulsi, desideri o circostanze più che da una volontà consapevole. Szalay sembra interrogarsi su quanto controllo abbiamo realmente sul nostro destino e quanto invece siamo modellati da forze economiche, storiche, sociali e biologiche che agiscono sotto la superficie della coscienza e del controllo razionale. In questo senso il romanzo assume una dimensione quasi filosofica, pur mantenendo una straordinaria concretezza narrativa.
Non sorprende che il libro abbia generato reazioni contrastanti. Da un lato ci sono il ritmo ipnotico e la capacità di raccontare una vita intera attraverso frammenti essenziali; dall’altro l’assenza di una vera identificazione emotiva con il protagonista. È una divisione che, probabilmente, coincide con l’intenzione stessa dell’autore. David Szalay non cerca la consolazione né la catarsi. Racconta un uomo comune alle prese con l’opacità del vivere, lasciando che siano i vuoti, più che le spiegazioni, a parlare.
Nella carne compie un gesto quasi controcorrente: sottrae, tace, lascia spazio all’osservazione. Il risultato è un romanzo inquieto e inquietante, che racconta la vulnerabilità dell’individuo contemporaneo senza mai trasformarla in spettacolo, in narrazione limpida e semplice. Szalay conferma così la propria capacità di indagare le crepe dell’identità e le contraddizioni dell’Europa contemporanea, consegnando ai lettori un’opera che continua a interrogare anche dopo l’ultima pagina.

@Jonas Matyassy
Più che la storia di un uomo, Nella carne è il racconto di ciò che resta quando le grandi narrazioni sul successo, sul progresso e sulla realizzazione personale smettono di funzionare. Ed è forse per questo che la vicenda silenziosa di István riesce a parlare con tanta forza al nostro presente.
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Nella carne – David Szalay – traduzione di Anna Rusconi – Adelphi Edizioni – Immagine di copertina/in evidenza: adelphi.it





