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L’imperatore, il poeta, il mattatore: i mille volti di Giorgio Albertazzi

Dieci anni dopo il silenzio del sipario, resta la voce di un teatro che trasformava la parola in destino, la cultura in emozione e la scena in un luogo assoluto dell’anima.

Ci sono attori che occupano lo spazio della scena e attori che, quello spazio, lo creano dal nulla, dilatandolo con il solo timbro della voce. Giorgio Albertazzi apparteneva a questa seconda, rarissima categoria. A dieci anni esatti dalla sua scomparsa, avvenuta il 28 maggio 2016, la sua figura manca come manca l’aria pulita in una stanza chiusa. Manca la sua ironia tagliente, la sua cultura enciclopedica e la rara capacità di far tremare i versi di Dante o di Shakespeare con la naturalezza di una conversazione al caffè. Il sipario è calato dieci anni fa, eppure per artisti di questa caratura la fine delle repliche coincide soltanto con l’inizio del mito.

È stato, per così dire, una corrente elettrica che ha attraversato e scosso il Novecento teatrale. Dire Albertazzi significa evocare, ad esempio, le sue leggendarie Memorie di Adriano. La regia di Maurizio Scaparro lo cucì dentro la pelle dell’imperatore di Marguerite Yourcenar, trasformando quel testo in un testamento spirituale replicato per anni, fino all’ultimo respiro. Quando pronunciava quei versi, Albertazzi non stava semplicemente recitando: compiva un rito di svelamento. Il suo Adriano non era un sovrano distante, ma un uomo davanti allo specchio del proprio tramonto, un intellettuale che guardava al futuro con la lucidità disincantata di chi ha capito tutto del potere e della fragilità umana.

Tuttavia, ridurlo a un solo ruolo sarebbe un delitto di lesa maestà. Albertazzi è stato l’Amleto per antonomasia, diretto da Zeffirelli nel 1964 persino sul prestigioso palco dell’Old Vic di Londra; una sfida titanica rimasta in cartellone per ben due mesi, un trionfo d’oltremanica che spinse il Royal National Theatre a consacrarlo per sempre, inserendo la sua foto nella galleria dei grandi interpreti shakespeariani. Un privilegio assoluto e un’eccezione straordinaria, essendo rimasto l’unico attore non di lingua inglese a ricevere un simile riconoscimento nella culla del Bardo. È stato, inoltre, l’Enrico IV di Pirandello, ha sfidato i classici greci con una flemma leonina e ha legato indissolubilmente il proprio percorso artistico all’indimenticabile sodalizio con Anna Proclemer, iniziato nel 1956, da cui sono nate grandi e irripetibili stagioni della prosa italiana.

Ha accarezzato la televisione in bianco e nero della RAI quando questa faceva vera pedagogia nazionale, lasciando un segno indelebile nei panni del principe Myskin nell’Idiota di Dostoevskij. Subito dopo, prestò la sua carne e il suo magnetismo allo sceneggiato Vita di Dante, restituendo un ritratto dell’immenso poeta che andava ben oltre l’iconografia scolastica: il suo Dante Alighieri era un uomo tormentato, fiero, esiliato e tragicamente vivo, capace di far risuonare la Commedia con una modernità assoluta. Ciò che rendeva unico il suo approccio alla scena era la gestione quasi sensuale del ritmo. Albertazzi non subiva il testo, ma lo seduceva attraverso il primato assoluto della parola. Ogni sillaba veniva scolpita e caricata di un peso specifico tale da arrivare dritto all’ultima fila della galleria, senza mai perdere quell’eleganza innata e quella fisicità aristocratica che lo contraddistinguevano anche nei momenti di massima rottura drammatica.

Il suo era un rifiuto totale del naturalismo spicciolo. Per lui il teatro rimaneva artificio supremo, l’unico luogo in cui la finzione poteva prevenire ed elevarsi fino a diventare più vera della realtà stessa. Era un seduttore di platee, un mattatore nell’accezione più nobile del termine, capace di instaurare un rapporto carnale con il pubblico. Dunque, a un decennio di distanza, l’eredità di Giorgio Albertazzi risiede nella lezione di un teatro che non ha paura di essere colto, che si ribella alle logiche del consumo rapido o del compromesso pop, e che ribadisce il ruolo dell’attore come tramite necessario tra il mito e la quotidianità.

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