L’“inferno tra i viventi” e in esso un paradiso di fascinazione e incanti. Che il più attento sappia scinderli, discernere distintamente entrambi.
Volgono progressivamente al termine le rassegne teatrali catanesi. E intanto che si attendono quelle nuove, di quelle in chiusura ne permane un ricordo. Ora più delineato, più netto e più marcato; ora, invece, più indistinto e impreciso, più vago e indefinito. E questo è un fatto universale e assoluto, che non riguarda soltanto il teatro, ma la consuetudine e l’ordinarietà di tutto il nostro vissuto. Di attimi e istanti quotidiani, che se non si dissolvono, al contrario, si conservano nella nostra mente, e spesso perpetuamente.
Impronte scavate, tracce tracciate, rimembranze catturate. Come se fossero fotografate. Come se la nostra memoria fosse l’archivio di cose e “case” mai dimenticate, di scene e scenari, di viste e visuali, di panorami e vedute: quelle vedute senza tempo, così tanto contemplate da essere da noi interiorizzate. Noi e il paesaggio. Noi siamo il paesaggio. Il paesaggio siamo noi.
Fotogrammi mentali, fotogrammi in bianco e nero e a colori. E fotogrammi restituiti e reali, concreti e materiali. I primi dalla scatola cranica, gli altri dal mirino ottico della macchina fotografica. Dall’occhio umano al globo oculare dell’obiettivo: entrambi sguardo quasi inquisitivo. Sguardo per sbirciare e sguardo per sfiorare e accarezzare. Sguardo per non smarrirsi ed un altro per stupirsi e continuare a ricordare. Continuare a raggiungere quel posto speciale rimasto nel cuore.
Sguardo per non smettere di guardare i giorni di pioggia e quelli di sole, i giorni in cui giunge un arcobaleno a placare e quelli in cui un tramonto si lascia ammirare. I gabbiani con il loro aleggiare. E la luna a riverberare. Sguardo su ciò che c’è di più semplice e naturale, perlomeno per chi possiede quella profondità tale che gli consente di soffermarsi e indugiare. Chi non la possiede, invece, è l’individuo sbrigativo e ingrato, apatico e superficiale, portato a tirare dritto e tralasciare, sminuire e deprezzare. Di ogni cosa il suo valore.
E, ancora, sguardo per raccontare. Dalle immagini alle parole, a formare una connessione. Dalle immagini alle parole, a comporre una narrazione, per “osservare” e “ascoltare”, fra pareti in pietra e un calore: quello avvolgente dell’illuminazione. Una rasserenante e morbida gradazione, all’interno della quale “viaggiare”: viaggiare con l’emozione.
Al Teatro del Murgo, lo scorso 24 maggio, ed in tre a condurre il viaggio. Sotto forma di raccoglimento e introspezione, di quiete e introiezione, di riflessione e condivisione. La condivisione di uno spazio e della sua suggestione, di un luogo e della sua percezione. La condivisione dell’una o dell’altra sensazione. Laddove c’è confronto, c’è aggregazione.
Dal generale al particolare, dall’estensione al dettaglio più microscopico e infinitesimale: un dettaglio da scorgere e trovare. Un dettaglio in mezzo al mare, come una piuma o come un fiore. Nel “volto” di un luogo, che ha tratti e fattezze, perfino un’espressione. Nel volto della terra con il cielo. Il cielo, quello stellato e il cielo, quello dipinto, così bello da sembrare affrescato.
Un affresco, un ritratto, un paesaggio e, come si è detto, un viaggio. Un viaggio per lo spettatore, passeggero teatrale nella soavità di suoni, immagini e parole: i primi di un pianista, di un violinista o di un compositore. In realtà, al plurale: Andrea Vanzo e Antonio Vivaldi, Jòhann Jòhannsson e Guido Heeneman, a voler specificare.
Un viaggio e tre “guidatori”, tra i passeggeri-spettatori. Paola Greco è la prima a pilotare, colei che ha inteso ritrovare nella letteratura qualcosa di teatrale, valorizzando un autore (Massimo Siragusa) che sa distinguersi per quella sorta di modo enciclopedico e saggistico di scrivere e poetare, sarà per via delle sue splendide parole, o del suo modo di scrutare e da lì filosofare. Da lì citare centinaia di rimandi per un mondo stracolmo di bellezze e incanti, per chi, come lui, sa individuarli. Per chi, come lui, sa sorprendersi e meravigliarsi innanzi ad aspetti che per i distratti sono invisibili, per gli indifferenti poco importanti.
Paola Greco che, qui, segnatamente, ha una triplice funzione: direttrice, regista e curatrice. Direttrice artistica e organizzatrice della rassegna in questione: ZoomTeatro, questa la denominazione di una vetrina, che da circa un biennio mira all’affioramento e alla rivelazione, e quindi alla propagazione di una forma contemporanea di spettacolo libero e limpido, immediato e incontaminato, quella forma di drammaturgia che nell’odierno teatrale stenta ancora a trovare una solida collocazione.
Ed è per chiudere in bellezza “visiva” e “uditiva”, “fotografica” e “letteraria” questa edizione, che Greco si pone alla regia di un nuovissimo soliloquio che, al contempo, diventa anche evento e occasione, un ultimo incontro conviviale, un esordio, un’anteprima, una sperimentazione, un momento collettivo e di riunione, con un pubblico partecipe e incuriosito che non può che rispondere con encomio, plauso e ammirazione.
Un soliloquio a partire da una metamorfosi: un libro, fonte bibliografica e il suo divenire racconto teatrale. Dalle pagine lette sottovoce e sfogliate tra le dita a quelle illustrate e declamate su un palcoscenico che, in fondo, coincide con la nostra stessa vita: la vita che trascorriamo tra un luogo e un altro luogo, tra un cortile, una finestra e un davanzale, e poi percorrere e camminare. E d’improvviso, fermarsi. Fermarsi a guardare. Fermarsi e avvistare. Fermarsi e fotografare. Nel mondo, dimora infernale, c’è un’armonia da ricercare e svelare. Per non soffrire. Un’armonia da amare, di cui nutrirsi, e con cui identificarsi ed empatizzare.
Un soliloquio, dunque, a partire da un adeguamento, una rielaborazione a due mani necessaria per inscenare un testo di cui lo stesso autore non avrebbe mai immaginato una futura rappresentazione. Un’idea e una visione, un’intuizione e un’intenzione che, invece, appartiene pienamente a Paola Greco, che coadiuvata nell’adattamento da Gaia Courrier, ha plasmato in ogni sua parte questa creazione.
Una creazione per viaggiare dove è la stessa Greco a guidare e supportare l’unico attore: Giuseppe Innocente. È lui la terza persona a pilotare, è lui a trasmettere e trasferire tutto quello che ha potuto trarre, attingere e ricavare dall’universo personale, profondo e interiore dell’autore. E da qui, brillantemente ed energicamente, recitare e interpretare, spiegare e riferire, argomentare e ragionare, ripetere e scandire, descrivere e articolare. Da infiniti fogli, singole sillabe e parole.
Lemmi, grafemi e frammenti, fonemi e segmenti, significati e significanti: unità specifiche espressive e rivelatrici di un fotografo esploratore, un fotografo “narratore di storie”. Praticamente, un fatto semantico, linguistico e lessicale, se ogni foto in quanto tale può possedere una sintassi e un’interpunzione, un suo fraseggio peculiare. Se ogni foto in quanto tale può parlare a chi la sa comprendere e “ascoltare”. Ed ecco l’attore proseguire a notare e annotare, trascrivere e appuntare. E coi gesti quasi a disegnare. Una penna da tenere, per pensare e poi dire. Tacere e poi ripartire.
Spesso assorto e meditabondo si rivolge a noi e a se stesso, alla sua voce fuori campo. Alle sue spalle un piccolo varco. Aldilà di esso un ambiente scenografico e domestico, nella semioscurità di una lampada e del suo riflesso. E che sale e scende un tendaggio trasparente: uno schermo apparente su cui proiettare sequenzialmente brevi video e fotografie. Ed ecco, ancora una volta, l’attore alternare, destramente, l’una o l’altra azione. Avanti e indietro, cambiando direzione: tra un leggio e due scrivanie; dualità, bipartizioni e dicotomie. Un eloquente eloquio sugli spazi e sulle geometrie, sui luoghi, gli accostamenti e le fotografie. Agguantando strade e viali, afferrando abitazioni, vicoli e vie. E il tramite delle fotografie: le vostre, le nostre, le mie.
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Il paesaggio siamo noi – testo di: Massimo Siragusa – adattamento: Paola Greco e Gaia Courrier – regia: Paola Greco – con: Giuseppe Innocente – assistente regia: Gaia Courrier – produzione: Open Around – Rassegna ZoomTeatro Dettagli di creazioni contemporanee – direzione artistica: Paola Greco – Teatro del Murgo di Catania – 24 maggio 2026





