Corpi, violenza e resistenza nel teatro italiano del 2026
Nel 2023 «femminicidio» fu scelta da Treccani come parola dell’anno. Una nomina amara, che sottolineava come il tema della violenza di genere avesse invaso il discorso pubblico in modo drammatico e quasi ossessivo. Ma anche come, in qualche modo finalmente, il mondo si fosse svegliato. Tre anni dopo, nel 2026, quella parola non è scomparsa. È entrata più in profondità: si è spostata dal titolo dei giornali alle piazza, alle discussioni quotidiane. E ovviamente il teatro non tace, questo tema è arrivato anche al corpo vivo degli spettacoli.

L’angelo del Focolare – @Masiar Pasquali
E al centro di questo discorso c’è Emma Dante. Lei che per me resta sinonimo di Teatro con la T maiuscola: un teatro di carne, di ossa e di urla trattenute.
A gennaio la Biennale di Venezia le ha assegnato il Leone d’Oro alla carriera, che riceverà a giugno durante il 54° Festival Internazionale del Teatro, insieme alla prima assoluta di I fantasmi di Basile. Ma già da mesi il suo L’Angelo del focolare continua a girare per l’Italia: una donna uccisa dal marito si rialza ogni mattina per ripetere i gesti della vita domestica, in un ciclo spettrale e grottesco. Nessuno le crede, nemmeno da morta.
È teatro della soglia (e su questo ci ho scritto una tesi, ma ci sarebbe ancora tanto da dire), quello che Dante ha sempre praticato: il fragile confine tra vita e morte, tra invisibilità e presenza urlata, tra ciò che la società vuole archiviare e ciò che invece resta ostinatamente vivo sulla scena.
Ma Emma Dante non è sola. Il 2026 sta confermando che il femminile, quello inteso come corpo politico, come luogo di violenza, resistenza, narrazione e riscrittura, è uno dei grandi fili rossi del teatro contemporaneo italiano.
Si va dal potente Il processo Pelicot di Milo Rau (in scena al Piccolo Teatro), che indaga il consenso e la violenza sistemica attraverso il caso francese che ha scosso l’Europa, a lavori più intimi come Bastarde senza gloria, che mette sette donne sul ring della vita quotidiana. A Roma e in varie città continuano a circolare produzioni come Niente di grave – Voci della violenza contro le donne, LOVE – la violenza sulle donne e i tanti appuntamenti legati alla rassegna Laccio Rosso – Stop al femminicidio.
Si aggiunge poi una generazione di drammaturghe e registe più giovani che sta lavorando sul corpo femminile non solo come vittima, ma come soggetto desiderante, politico e ribelle: narrazioni collettive sul piacere, sull’invisibilità, sulle dinamiche di potere. Titoli presenti nei festival come Polis Teatro Festival o nei bandi dedicati alla Giovane scena delle donne 2026.
Che cosa significa tutto questo? Che il tema non è più solo “di denuncia” e non si ferma più ai titoli dei giornali, ma è diventato materia drammaturgica profonda. Si parla di cicli ripetuti, di memoria incorporata, di corpi che resistono anche quando vengono cancellati. Si parla di famiglia come luogo ambiguo di amore e di violenza, di come un focolare può trasformarsi in prigione, di limiti che non si riescono a oltrepassare.

Il processo di Pelicot – @Nurith Wagner-Strauss
Emma Dante, con la sua ostinata carnalità siciliana, resta una delle voci più radicali e coerenti di questo discorso. Il suo teatro non consola, non redime: lascia lo spettatore fermo su quella soglia che non può oltrepassare, costretto a guardare ciò che normalmente preferiremmo non vedere. E forse è proprio questa la funzione più alta del teatro nel 2026: impedire che il femminile venga di nuovo ridotto a statistica o a parola dell’anno da archiviare.
Perché i corpi continuano a bruciare. E il teatro,che per fortuna in questo non cambia, continua a mostrarceli mentre ardono.





