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Teatro povero per eccesso d’anima

Schegge di dolore ed orgoglio di un migrante al Porta Portese

Pluripremiato al Roma Comic off del 2025, e nel 2026 già in scena con successo a Roma, al Teatro Tor Bella Monaca, e ad Ostia, al Teatro del Lido, 12 sedie, testo e regia, Donato Di Stasi è approdato a maggio al Teatro di Porta Portese, dove purtroppo non c’è stata però la stessa affluenza, forse per un difetto di comunicazione.

Peccato, perché lo spettacolo merita di continuare a mietere pubblico e successi. Il testo di Di Stasi, poeta e critico letterario e cinematografico raffinato e engagé, è infatti uno splendore di architetture emotive e di pensiero, che ben risponde all’intento di teatro verità che da un po’ anima il nostro autore, espansosi al teatro, come autore e regista, per ampliare il suo impegno di risveglio sociale attraverso la comunicazione dei valori con l’arte, e quindi attraverso il contatto vivo con le persone che solo il teatro può dare (si veda la sua recente intervista, 18.3.2026, https://www.radioradicale.it/scheda/784749/voci-africane-trasmissione-del-movimento-degli-africani-con-il-coordinatore-steve).

12 sedie, dodici stazioni dell’anima, in cui si stratifica il lamento confessione petizione accusa di un migrante colto, che ci scolpisce la storia di ogni migrante nella sua, e che nell’accusare l’Europa ci fa memoria anche del nostro passato di migranti, quella memoria che per Di Stasi è uno dei compiti della nostra cultura recuperare come patrimonio vivo, per non alienarci nella disumanizzazione attuale post capitalista, nella smaterializzazione pulviscolare delle identità di una società non luogo, fake e virtuale, ma ben reale nel fare a pezzi chi naviga in altri versi. 

Dodici sedie come le colonne che reggono la Chiesa, simboleggiando gli apostoli, e dunque le colonne di quell’amore che dovrebbe essere la capacità di accogliere l’altro. Potrebbe essere una suggestione. Oppure le dodici sedie del famoso omonimo romanzo satirico (1928) di Il’f e Petrov, dove un modesto impiegato va a caccia dei diamanti nascosti dalla suocera in una di queste sedie, incontrando pericoli e truffatori. Qui? I diamanti nascosti del sogno con cui l’Europa, illuminista e cristiana, ci illude e truffa, falso sogno di accoglienza e umanesimo, e che ogni scheggia-sedia di racconto affonda, ma che forse per un attimo brillano nello sguardo di una passante, di una ragazza

«Mi ha guardato, come se sapesse tutto !! Come se mi vedesse sotto la pelle. Non mi ha detto niente. I suoi occhi, chiari, fermi ti fanno a pezzi e ricompongono. Ho smesso di essere invisibile, quello che non ero. Ero uno che finalmente si sentiva visto. Non desiderato, cercato, voluto. Visto!  Uno di quei momenti che ti succedono una volta sola, in una città qualunque !! Venire al mondo una seconda volta, nascere dallo sguardo, di nuovo, in questa città dove nessuno prega».

Uno sguardo. 

Non le parole, che ingannano e non ascoltano, che sono le parole di una lingua straniera.

Oppure?

Le sedie, di Ionesco (1952) dove le sedie vuote sono per gli ospiti invisibili (tutto il mondo), a cui l’oratore – un vecchio che si rivelerà sordomuto – dovrebbe parlare del senso della vita.

E non sono forse i migranti ospiti invisibili, e l’occidente un sordomuto, che non li ascolta e non sa parlare?

Una metafora agghiacciante, senza parole come lo sguardo della ragazza, sul senso nonsenso del mondo.

Forse solo suggestioni, e l’autore non vi ha mai pensato. Ma possono servire come metafora guida.

12 sedie. Undici monologhi. Una sedia monologo forse è la muta assenza?

Non hanno titolo, ma potremmo titolarli così: Senza stanza / La traversata / Europa traditrice / Notte in mare / Morti bianchi / Tutti prigionieri / Invisibile / L’amore. Lo sguardo / Italiani in Germania / Lucido le ossa del canile sociale / Pestato a sangue.

I primi e l’ultimo alternano i vissuti del disagio all’arrivo – straniero straniato senza dimora, ma soprattutto invisibile – e quelli del terrore del viaggio per mare, con il culmine dei compagno morti che galleggiano, bianchi, come nelle scene finali del film sul naufragio del Titanic. E Di Stasi è un coltello nell’incidere pelle a pelle nelle sensazioni e nei vissuti. Ma, per motivi diversi, risaltano, nella loro differenza, L’amore. Lo sguardo / Italiani in Germania / Lucido le ossa del canile sociale.

Dello sguardo della ragazza abbiamo già detto, ed è tuttavia il momento più alto della coscienza disperata e protestataria della voce in campo, nella sua rivendicazione ad esistere, e nel suo crocefiggere l’incapacità di vedere l’altro dell’occidente, che culmina, agli antipodi della ragazza, nel pestaggio finale. Non a caso segue il pezzo sugli Italiani migranti in Germania. L’escamotage è la lettura di memorie da un libro, ma in filigrana palpita il vissuto dell’autore, il cui padre appunto fu migrante a Francoforte. L’importanza della memoria. Non genericamente, ma per capire che l’altro siamo e siamo stati noi.

Un vero salto tuttavia, ad anticipare il finale crudele, è il pezzo sulle ossa. Uno scatto radicale verso un’altra categoria della visione. Finora si è navigato nel registro alto della pietà e della rivendicazione. In definitiva del sentimento e della giustizia.

Ora il  mondo chiude le orecchie, e il quadro si distorce in un rabbioso espressionismo visionario.

«Ho trovato lavoro !! Lucido le ossa. Una a una. Ossa bianche, lunghe, che un tempo avevano un padrone. Le lucido finché brillano. Dopo il lavoro rimango alla stazione. Lucido le ossa del canile sociale. I cani mi guardano. Aspettano che le butti a loro. Siamo uguali. A parte il treno il binario è abbandonato. Lucido le ossa. Le ossa non finiscono mai. C’è una specie di algoritmo che le smista. Mi hanno detto che se lavoro bene avrò un posto a sedere sul treno».

Sembra il materializzarsi di quella performance dove Marina Abramovic sedeva su una montagna di ossa spolpate. Ossa umane? L’occidente come macelleria sociale? Lui, come un cane che attende l’osso, la pietà di un resto buttato alla fame, a scapito di altri, nella guerra tra poveri. Il treno vuoto … Un posto sul treno. Sembra il fantasma dei trasferimenti nei campi di sterminio (il canile sociale). Il fantasma dei kapo premiati se collaborano. E i treni vuoti? Metafora di un nulla dove andare.

Un quadro surreale che ricorda l’espressionismo violento dei quadri di Grosz.

E mentre queste parole ci graffiano dentro, l’attore, cavalcioni alla sedia, guardandoci, ne lucida ossessivamente lo schienale (le ossa), con sguardo disperato rivolto al vuoto.

Una scena quasi nuda (le sedie, foglie secche e giornali a terra, un telo di plastica nera tormentato e metamorfizzato in più modi). Una scena povera, e nude parole, nella regia da teatro povero scelta dall’autore-regista. Ed un attore che si muove superlativo, in nudità d’anima e sottrazione. 

Uno splendido e dolente Mimmo Surace. Emerge dal fondale nero, di spalle, avvolto nel telo nero, in postura crocefissa. Poi si aggira, come il migrante nel suo vuoto smarrimento, poi agita davanti a sé il telo nero mimando il disperato nuotare in mare. Poi carponi, parla della propria invisibilità, e gira intorno alle sedie facendo della plastica nera un triste manto regale. Poi, mimando lo sradicamento del migrante verso la Germania, si sdraia sulle sedie a trenino, ora solo in canotta e mutandoni. Dove dormire? Sembra il doppione del primo monologo, dove lamenta l’assenza di una stanza, che in Germania diventerà la baracca senza gabinetto.

In sottrazione e nudità d’anima. Sì. Perché l’essenza non è nei gesti scelti, ma nel loro ritmo e nella loro postura, in smarrita pausata povertà francescana. 

Un abitare lo spazio come chiedendogli scusa.

Come una pausa dell’esistenza, come un non essere, come un apparire scomparendo. In sottrazione. Una sottrazione che come il silenzio – nelle sue pause e nei gesti minimali – giganteggia.

E così pure funziona la sua dizione, che oscilla tra impennate a litania di querulo lamento straziato, e flebili sottovoce, ma che soprattutto è una sinfonia infinita di pause, quasi tra ogni parola, come se il parlare stesso non trovasse la parole. 

Surace è qui il re delle pause. 

E’ il Cristo in croce della parola inudita, detta in straziante sottovoce di preghiera, una preghiera che tuttavia alla fine esplode in una richiesta che è un atto di accusa. E su queste parole

La pioggia mi porta via pezzo a pezzo. Cristo in croce, abbandonato a questa luce. C’è da lottare sotto questa pioggia, che scende, e mi mastica piano. Sono qui, appeso, inchiodato qui. Ce la fai, almeno una volta, a stare con me? 

… su queste parole scende il canto sublime e struggente dell’aria di Handel, 

Lascia ch’io pianga / Mia cruda sorte / E che sospiri / La libertà

Non a caso l’unica tra le musiche che fanno da cesura tra i monologhi, a ripetersi due volte, all’inizio e alla fine, assumendo il valore simbolico di un leitmotiv.

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12 sedie – Testo e regia: Donato Di Stasi  – con:  Mimmo Surace – Scene e costumi: Marco Nateri – Suoni e luci: Rosmary Valentino – Produzione Associazione Attiva-Mente Roma – Teatro di Porta Portese, dall’11 al 13 maggio 2026 

Foto: ©Stelvio Preti

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