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Sangue, incesto e desiderio: il tabù è di scena al Teatro Greco

Tre ore di tragedia senza sconti: Lorenzo Lavia restituisce intatto il capolavoro scandaloso di John Ford, tra eros malato, morte e ipocrisia.

I palcoscenici capitolini ospitano anche non di rado un repertorio classico, alcuni segnalandosi come “specializzati” nell’offerta di quel genere. Ma spesso, gli interventi di “riduzione” teatrale di certi caposaldi della drammaturgia vanno proprio nel senso stretto del termine: trattasi di “riduzioni” vere e proprie, operando essenzialmente sui tempi della messa in scena, che secondo una regola non scritta non dovrebbe masi superare quella dei 90 minuti, in favore di un pubblico sempre meno attrezzato alla resistenza sulla poltrona.  Accanto a questa tentazione riduttiva c’è sovente anche quella dell’aggiornamento del copione, per il timore che l’impianto narrativo –costretto nelle strettoie di una   semantica arcaica- non possa essere recepito con gusto.

In questi giorni-e fino a domenica 17 maggio- è in scena sulla ribalta del Teatro Greco il dramma di John Ford Peccato che fosse una sgualdrina diretto da Lorenzo Lavia, che si sottrae abilmente all’una e all’altra di queste barriere.

Si tratta del capolavoro del drammaturgo post shakesperiano (il dramma andò in scena una dozzina di anni dopo la scomparsa del Bardo, in piena epoca del Barocco inglese), dalla inusitata (per i tempi attuali) durata di tre ore: ma te ne accorgi quando consulti l’orologio alla fine della rappresentazione (non durante), segno evidente che la sfida tentata da Lorenzo Lavia di proporre pressoché nella sua integrità l’opera, è riuscita in pieno. I personaggi (tanti gli interpreti, tutti egualmente all’altezza della situazione) hanno il tempo di manifestarsi, di giocare il proprio ruolo, esprimere un agìto sempre emotivamente coinvolgente, lasciar sedimentare le rispettive posture all’interno della narrazione, concorrendo alla tessitura di una trama che progressivamente si approssima all’inevitabile collasso  finale (laddove muoiono più o meno tutti, come si conviene nelle tragedie del periodo), con un presagio immanente in ogni scena, continuamente rimandato a quella successiva, a beneficio della curva dell’attenzione.

Ma è interessante come il regista Lavia affronta il tema della morte: in quella sorta di catena di massacri non è dato mai scorgere un climax sanguinolento, con apici di soprassalti, più o meno manierati, all’esito letale, piuttosto una composta corrosione vitale dei “morituri”, in coerenza con lo spirito complessivo della tessitura drammaturgica, che preferisce non concedersi alla retorica degli epiloghi, a beneficio del percorso che a quel traguardo tendono 

Ma il pregio dell’allestimento sta anche nella scelta coraggiosa di emanciparsi dal perimetro temporale della narrazione (facendosi precedere, beninteso, dal rispetto filologico del copione). Gli interpreti vestono abiti contemporanei, moderni gli oggetti di scena (a cominciare dagli ombrelli, transitando da guarnizioni e posture da discoteca), senza con questo creare un aggiornamento cronologico definito: tutto rimane immerso in una dimensione temporale fatua, come per non importunare la densità di un tessuto narrativo che si impone fin dalle prime battute e conserva sempre una tensione drammatica sempre pulsante, senza eccessi declamatori o artificiosità di sorta.

Il dramma è stato sempre considerato scomodo perché incentrato sulla relazione incestuosa tra due fratelli, Annabella (la giovane Marial Bajma Riva la interpreta con notevole efficacia) e Giovanni Florio (ne veste i panni Gabriele Anagni, che tralascia ogni tentazione romantica ed eroica preferendo abitare il ruolo di un giovane fragile, incapace di distinguere lucidità e ossessione)  ma per il vero il pretesto narrativo di avvio sembra andare in secondo piano per lasciare spazio a un universo di nefandezze, sotterfugi, vendette, ipocrisie che infiltra tutte le relazioni sul campo. Non c’è innocenza, sembrano dirci dal palco, al di fuori di quella insana e negletta che lega i due sventurati, capace di sfidare a viso aperto le convenzioni, anche al cospetto della sorveglianza assidua e incessante delle autorità religiose (perfetto nel suo ruolo il Frate Bonaventura interpretato da Eros Pascale e Riccardo Floris impegnato in un doppio ruolo, ma che veste con grande credibilità i panni del Cardinale, piegato da una infermità straziante).

L’ambientazione si sviluppa in quel di Parma, ma la scenografia (coerente ed efficacie, di Paola Castrignanò) e le scelte estetiche sono, forse, l’elemento più d’impatto dell’intera produzione: lo spazio è essenziale, geometrico, dominato da contrasti di luce, con un impiego del buio non solo in chiave decorativa, ma utile a “tagliare” il palco, isolando i corpi dei peccatori. I costumi (abbiamo già detto della scelta moderna, ma atemporale, si devono a Mara Gentili), nella scelta ricorrente di tonalità scure, a riflettere l’anima dei personaggi, sono in perfetta linea con l’atmosfera complessiva, che non prevede spazio per la purezza, se non in una forma malata e ossessiva.

Ma a tutto concedere (e tutto concesso in termini di alto apprezzamento), le interpretazioni sono il vero motore dello spettacolo, con una recitazione che abbandona la declamazione classica per farsi fisica e viscerale. Vorremmo includere in un applauso collettivo l’intero comparto attoriale, ma una nota di rilievo vorremmo spenderla per il personaggio di Ippolita (Clara Danese) , una presenza  scenica sempre vibrante, che si lascia apprezzare ad ogni entrata di scena, e a quello del marito sulla scena  Ricciardietto (Fabrizio Apolloni), nella declinazione di un personaggio nervoso e ambiguo, attraversato da un’ironia amara, per un conferimento ulteriore di immoralità perversa a uno spettacolo già gravido di tutto. Senza dimenticare infine il divertente personaggio di Poggio (Giuseppe Coppola), servo di Ricciardetto, dalla misura folle e straniata, capace di strappare anche sorrisi di alleggerimento. C’è tempo fino a domenica 17 maggio per non mancare a questa imperdibile esperienza.

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Peccato che fosse una sgualdrina di John Ford – Regia Lorenzo Lavia – Con Giorgio Crisafi (Florio, cittadino di Parma), Marial Bajma-Riva (Annabella, figlia di Florio), Erika Puddu (Lucciola, tutrice di Annabella), Fabrizio Apolloni (Ricciardetto), Riccardo Floris (Bergetto, nipote di Donato – Un Cardinale), Antonio Tallura (Donato, altro cittadino), Giuseppe Coppola (Poggio, servo di Bergetto), Gabriele Anagni (Giovanni, figlio di Florio), Pavel Zelinskiy (Soranzo, nobile), Eros Pascale  (Bonaventura, Frate), Mauro Racanati (Vasques, servo di Soranzo), Clara Danese (Ippolita, moglie di Ricciardetto), Giacomo Mattia (Grimaldi, gentiluomo romano), Angelica Accarino (Filoti, nipote di Ricciardetto) – Scenografia Paola Castrignanò – Costumi Mara GentileProduzione United Artists – Teatro Greco di Roma dal 5 al 17 maggio

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