Il pensiero idealizzante di un commerciante itinerante: laggiù, in quel del Continente, non c’erano né oro né diamante. L’epilogo estremo, la decisione straziante.
Dal 21 aprile fino a completare il mese, alla Sala Verga dello Stabile catanese non si parla d’altro che di sogni e di attese. Utopie e illusioni, prospettive e aspirazioni. Arrivismo capitalistico e ascesa sociale, pretese e rivendicazioni. Una smania incontrollata e nessun equilibrio nelle ambizioni. Il miraggio e poi l’abbaglio. I castelli in aria e le ripercussioni. Le ripercussioni di un fanatismo smodato e di troppa euforia, troppe elevazioni. Troppi elogi e magnificazioni verso una terra che, stando a tutte le mitizzazioni, avrebbe dovuto offrire trionfi a bizzeffe, rinomanza e chissà quali eccezionali reputazioni, e a dismisura i quattrini, all’infinito i soldoni.

Pia Lanciotti e Luca Lazzareschi,
All’infinito le occasioni e infinito il contraccolpo delle delusioni. Le delusioni di chi, esausto, è costretto a guardare in faccia la realtà, ad affrontare prima o poi i problemi, le situazioni, coi piedi per terra e senza più un dollaro nei pantaloni. Senza più un dollaro in terra americana, senza più un dollaro nella terra delle finte soluzioni. La terra delle inconcludenti occupazioni. Di speranze tradite e visioni sbagliate. E opprimenti le preoccupazioni. Scoccava il 1949, ma il teatro, come sempre, non ci impedisce le consuete attualizzazioni, le frequenti identificazioni.
Il 1949, l’anno degli ultimi respiri per un commesso viaggiatore, zelante e coscienzioso lavoratore, più attento al profitto che non all’amore. L’amore non basta a impreziosire, non basta ad appagare un’esistenza di debiti e obbligazioni da ottemperare. Una casa da mantenere e un futuro familiare da preservare. Willy Loman, arranca, appesantito e vulnerabile, afflitto e affranto, si trascina stanco e sui piedi strascicando, sull’automobile a fatica guidando. Avanti e indietro girovagando, si nutre di ricordi, soltanto.
I ricordi come nutrimento, ma anche come smarrimento e struggimento. Lo struggimento emotivo, la baraonda mentale e interiore di un commesso viaggiatore, tratteggio e ritratto di un’opera di cui è Arthur Miller l’autore. L’autore di un testo che, ancora oggi, ci perviene come un raro baluardo letterario, un inestimabile prestito artistico e culturale, drammaturgico e narrativo, posto come la stroncatura di un sistema economico tutt’altro che positivo, ed anzi distruttivo. Una gemma del Novecento teatrale in guisa di restituzione fedele, a partire da tavole e spazi rettangolari, da pervasive analessi temporali e da un sovrapporsi di fragori.
La restituzione di Carlo Sciaccaluga, il regista, e quella di dodici attori, fra cui Luca Lazzareschi, il protagonista, e Andrea Nicolini, il curatore del suono, compositore con il figlio Leonardo, anche lui musicista. Di un suono elettronico oppure ovattato, appoggiato ad un allestimento scenografico nell’insieme opacizzato, pressochè desaturato. Un soffitto movibile e cementato, una colorazione pastello dall’uno all’altro lato. E al centro un albero, con un piccolo orto coltivato, il valore di un istante, la pace di un sorriso ritrovato, l’unico e microscopico zampillo di luce per un animo irrisolto e angosciato, sospeso e divorato.
Divorato e soffocato dalla chiassosa e sovraffollata giungla americana di materialisti e arrampicatori, dove lo stimato rimane dentro e il malvisto è prima umiliato e deriso, e poi tagliato fuori. Non c’è posto fra i migliori nella terra promessa di baci non per tutti fortunati, nel continente dagli enormi agglomerati, metropoli e conglomerazioni. E di sopraffazioni. Quelle sulla natura urbana, che viene fatta scomparire, perché è più importante incrementare.
E quelle su un uomo, che deve eseguire e sottostare, produrre e sgobbare, vendere e guadagnare. Fino a farsi sbranare, fino a farsi inghiottire e schiacciare dall’idea che quello è il solo modo per prosperare. Sempre in trasferta, sempre in allerta. Senza sosta. Tutto in salita, tutta la vita. Tutta la vita per un’azienda da rappresentare. Fino a lasciarsi sfiancare.

Luca Lazzareschi e Sergio Basile
Fino a sembrare di impazzire. Nell’ossessionante tentativo di arricchirsi e progredire. Per poi vedersi naufragare e fallire. Dall’assortimento di campionari e collezioni all’improvviso licenziamento. Dalle già misere remunerazioni al loro completo azzeramento. Lo zero, anziché il numero uno. Voler diventare qualcuno fino a non essere nessuno. Fino a spegnersi e morire, non prima di aver cercato nuovi semi da piantare, strade diverse da imboccare. Ma forse era già tardi, troppo tardi per cambiare. E troppo presto per arrendersi e rinunciare, per smettere di provare.
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Morte di un commesso viaggiatore – di Arthur Miller – traduzione: Masolino D’Amico – regia: Carlo Sciaccaluga – con: Luca Lazzareschi, Pia Lanciotti e Sergio Basile, Andrea Nicolini, e con (in o.a.): Giovanni Arezzo, Silvia Biancalana, Domenico Bravo, Giovanni Cannata, Michele De Paola, Eletta Del Castillo, Riccardo Livermore, Chiara Sarcona – scene: Anna Varaldo – costumi: Anna Verde – musiche: Andrea Nicolini, Leonardo Nicolini – produzione: Teatro Biondo Palermo – Teatro Stabile di Catania “Sala Verga” (21-30 aprile 2026)





