Il sesto, riuscito, capitolo di una coraggiosa epopea dei vinti
Dimostra coraggio l’impresa di Paola Musa, che si dedica a esplorare, attraverso l’indagine sui sette vizi capitali, le zone più scomode e maleodoranti dell’animo umano, che abita segretamente ambienti altrettanto disagiati. Nel caso specifico de Il conciaossa, edito da Arkadia, il sesto ambito da lei descritto è la gola, trattata con un’attenzione particolare alla malia e al disagio che il cibo provoca.
Cibo che diventa qui dunque metafora e passaggio dello specifico malessere esistenziale degli ultimi, quelli che hanno subito molestie inconfessabili, disgustosi abusi, e che sono abitati da un dolore altrettanto imploso, che li fa annusare tra di loro, riconoscere in silenzio, attraverso sensi sottili, talmente strazianti da risultare poetici. Uno di loro è Michele, il protagonista, quello che scrocchia ossa per pochi euro, mentre studia, con un empito di impossibile amore i movimenti esili della vicina di casa Matilde, affogando nella sofferenza di lei speculare, quella di una donna che, da quando ha perso un figlio, non si permette più né di sognare, né di desiderare.
Posseduta da quella sorta di rassegnazione tipica dei vinti, funamboli incerti di un degrado quotidiano abitato come biglie impazzite, che pure brilla “come un astro tremolante nel crepuscolo, enigmatico e distante e troppo vasto e insignificante per chi era ancora immerso nel tumulto della vita, ma che calmava lo sguardo smarrito di chi era costretto a imparare, o disimparare, il suo rapporto con il tempo”. Il tempo degli abitanti di questa periferia insieme concreta e metafisica, pasoliniana, ma anche così simile a una Suburra infestata dalla droga, è sospeso in un quadro neorealista, ma anche un po’ magico, ma anche convulso, segnato da scatti di disperazione nevrotica, disperato e insieme quieto, il tempo dove una mano appoggiata su un corpo, uno sguardo in tralice da una finestra, marcano lo scandire di una giornata altrimenti priva di scopo.
In questi “…edifici dalle facciate stanche, con righe di crepe fin dalla nascita, senza manutenzione da troppi anni” di muri grigio topo adornati da graffiti scarsamente tratteggiati, dove la radio diffonde un jazz americano da filodiffusione, l’odore del ragù troppo carico di salsiccia scadente, tagliatelle rapprese, peperoni fritti, cornetti surgelati, si snodano le esili, tragicomiche vicende di Michele, cresciuto “essiccato come la sua breve infanzia”, che si invaghisce (innamorare è una parola troppo grande per la desolazione del suo habitat) della grossa voglia color fragola di Matilde, la donna che gli permette di assumere la condizione magica di “trasognato” in un saluto timido; Michele che tratta devozionalmente la vicina Giovanna che gli dà credito, così come sa credere “alle preghiere a Santa Maria Vergine, alla chiromante Anka, prostituta polacca in pensione che interrogava almeno una volta al mese, ai fondi di caffè di una zingara…” perché la fede, qualunque fede, aiuta a vincere la disperazione inevitabile del degrado, della desolazione, forme dell’anima che l’autrice sa descrivere con attenzione sensibile e uno stile attento e immaginifico, sintetico come la droga che regala allucinazioni al povero contesto circostante. Attorno a lui le strampalate vicende di un’umanità differenziata come spazzatura e insieme insensibile alle differenze dell’altro vivere, quello dei quartieri alti, di chi si sente protetto dal cielo per sua nascita.
C’è nell’aria aroma di Elsa Morante, così come dell’Accabadora di Michela Murgia, c’è uno sguardo attento che sa amare, destinato a essere raccolto da chi ama gli intrecci, spesso grotteschi, dell’umano e imprevedibile gioco dei destini, la lettura insolita, sfacciatamente non commerciale, curata, nella coscienza che un libro riuscito è di per sé scomoda rivelazione di ricchezza, illuminazione sincera di quella polvere sotto il tappeto che, in qualche forma, inevitabilmente riguarda tutti noi e “contro cui nemmeno Dio potrebbe pronunciarsi”.





