Alle origini della rivoluzione del teatro comico napoletano: una mostra al Trianon di Napoli ne celebra la grandezza
Il cinema recente, dalle ricostruzioni di Mario Martone alle riscritture di Sergio Rubini, ha riacceso i riflettori sulla titanica figura di Eduardo Scarpetta. Attraverso pellicole come Qui rido io e I fratelli De Filippo, abbiamo riscoperto il patriarca di una dinastia che ha nutrito il Novecento, il padre di Vincenzo e dei tre geni Titina, Eduardo e Peppino De Filippo. Ma se il grande schermo ce lo riconsegna quasi sempre all’apice del trionfo – re assoluto di una Napoli divisa tra nobiltà e miseria – è nella memoria storica che dobbiamo rintracciare il seme della sua rivoluzione.

Nelle pagine della sua autobiografia, Cinquant’anni di palcoscenico (Napoli, Casa Editrice Emilio Gennarelli e C., 1922), Scarpetta si mette a nudo, svelando che la sua ascesa non fu un miracolo improvviso, ma una conquista faticosa nata tra le polveri del Teatro San Carlino. Era il 22 ottobre 1868 quando un quindicenne Scarpetta calcava per la prima volta quelle tavole, nel quartiere San Giuseppe che pulsava di vita e pulcinellate. Dopo una parentesi di fermento al Teatro Partenope, dove il giovane Eduardo affinò il suo talento autoriale svincolandosi dal ruolo di generico, avvenne l’incontro del destino. Nel 1872, l’impresario Giuseppe Maria Luzi lo riportò al San Carlino per la cifra di cinquanta lire mensili, segnando l’inizio di un’epoca irripetibile.
In quel tempio della napoletanità, sotto l’ala protettrice di Antonio Petito – di cui proprio quest’anno ricorrono i centocinquant’anni dalla morte – Scarpetta fiorì definitivamente. Petito, il Pulcinella eterno, ne intuì la prontezza di spirito e scrisse per lui Felice Sciosciammocca creduto guaglione ‘e n’anno, una farsa cucita su misura per le sue doti. Il rapporto tra i due era intriso di stima e pittoresca ammirazione, tanto che Scarpetta ricordava l’impeto creativo del maestro descrivendolo come un uomo capace di consumare litri d’inchiostro, metà per la commedia e metà per imbrattarsi abiti e mani nella furia della scrittura. In quel crocevia di sudore e genio, Scarpetta compì il necessario sorpasso artistico: reinventò la tradizione, asciugò la farsa e plasmò il tipo comico di Don Felice Sciosciammocca, guidando il teatro napoletano verso la modernità.

Per chi volesse approfondire la conoscenza di questo straordinario lascito, ieri sera ha riaperto i battenti la mostra Scarpetta dopo Scarpetta: un secolo di ritorni e avventure sulle scene, a cura di Francesco Cotticelli, Pino Miraglia e Giovanni Pinto. L’esposizione intende testimoniare la grandezza di un commediografo la cui eredità, a cento anni dalla scomparsa, rimane centrale nella drammaturgia contemporanea, costantemente reinterpretata dai massimi esponenti del nostro teatro. La mostra, che vuole immortalare un repertorio emblema di un’epoca d’oro del palcoscenico, resterà visitabile presso il Trianon Viviani – Teatro della Canzone Napoletana fino al prossimo 16 maggio.





