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“Il berretto a sonagli”: la clinica dell’onore

Silvio Orlando e il Ciampa della sottrazione: una risata che si fa pianto

Il sipario si fa onda, un respiro materico che agita il perimetro della scena e libera un’apparizione: una donna interamente rossa. Non vi è umanità in questo rosso che irradia le vesti e incendia i capelli; vi è, piuttosto, l’eco di una diavolessa, una proiezione infernale che taglia lo spazio con distanza. Al di là di quel tessuto ondeggiante, si prepara una scena che si fa strazio: sono le grida di Beatrice a lacerare il teatro. È la disperazione nuda della protagonista de Il berretto a sonagli, che nella visione di Andrea Baracco – in scena al Teatro Mercadante di Napoli fino al 29 marzo – trova una dimensione sospesa, rarefatta come la scatola scenica concepita da Roberto Crea.

L’allestimento rinnega i velluti e gli ori della nobiltà siciliana d’inizio Novecento per farsi asettica stanza di una clinica. Lo spazio è una geometria bianca, dominata da una lunga panchina e una vetrata che evoca il rigore di un reparto ospedaliero. Quell’ampia superfice vitrea, in un primo momento suggerisce l’immagine rassicurante di un nido, di quelle sale protette dove i familiari si accalcano per scorgere i primi respiri dei neonati. Eppure, in questa visione, la trasparenza non celebra la vita. Non assistiamo alla nascita di un bambino, bensì al parto di un delirio che divora Beatrice e tende a frantumare, con violenza chirurgica, il simulacro del suo matrimonio con il Cavalier Fiorica.

In questo perimetro, la trama si srotola come un referto sull’onore: Beatrice ossessionata dal sospetto del tradimento – alimentato dalle rivelazioni della Saracena, la donna vestita di rosso – con la giovane moglie del suo scrivano, decide di denunciare l’adulterio, sfidando le leggi non scritte di una società che preferisce il silenzio alla verità scandalosa. È qui che emerge la figura monumentale di Ciampa, lo scrivano che porta su di sé il peso di un’umiliazione consapevole. Egli non è soltanto la vittima del tradimento, ma il custode di un equilibrio precario. Ciampa si muove tra quelle pareti bianche come un filosofo del grottesco, colui che teorizza il meccanismo delle tre corde –la civile, la seria e la pazza – e che, davanti all’irrevocabilità della denuncia, vede crollare il paravento della propria rispettabilità. La clinica diviene così il laboratorio del dolore, dove l’onore si ammala e la dignità si consuma sotto lo sguardo immobile di una platea, culminando nell’unica via d’uscita possibile per salvare le apparenze: la certificazione della follia di Beatrice, affinché la verità, una volta gridata, possa essere declassata a delirio e la società possa continuare a respirare nel suo stagno di decoro.

In più momenti, la scenografia dialoga con il testo e con l’anima dei personaggi: quando Beatrice si rifugia nella convinzione del tradimento, i suoi indumenti compaiono sospesi nell’aria, spettri di un’esistenza già frammentata, mentre una valigia chiusa attende sulla destra del palcoscenico come il sigillo di una partenza imminente. Ma quando la donna comprende che la sua è stata solo una svista, un tragico abbaglio della mente, quegli abiti svaniscono nel nulla e con essi scompare la valigia, riportando la scena al suo vuoto clinico. All’interno di questo stesso ambiente di convenzioni, i personaggi giovanili – la stessa Beatrice e il fratello Fifì – irrompono con uno stile moderno, rivestiti di abiti contemporanei che creano una spaccatura visiva e ideale con il mondo austero e attempato degli altri comprimari. Se Beatrice appare vittima della propria alienazione, Fifì si muove consumato dalla sua dissolutezza: due ribellioni distanti, antitetiche, eppure entrambe frutto di una giovinezza bruciata in un’epoca che non sa contenerle.

La prova di Silvio Orlando, alla sua prima interpretazione pirandelliana, si innesta in questo scenario confermando una maturità attoriale capace di muoversi tra i registri di una comicità amara. Il testo, storicamente un banco di prova per interpreti come Angelo Musco, Eduardo e Peppino De Filippo, Salvo Randone o Paolo Stoppa, trova in Orlando una lettura segnata dalla sottrazione. Il suo Ciampa è una figura asciutta, che schiaccia ogni emozione o paura sotto un controllo rigoroso. La gioia amara che si manifesta nel finale, davanti alla follia di Beatrice, emerge in una risata che muta in un pianto di liberazione e, al contempo, di profonda disperazione. L’intero lavoro di Andrea Baracco segue questa linea di sintesi: la pazzia non esplode mai apertamente, ma resta parcellizzata, emergendo solo in rari momenti di tensione. Ne scaturisce una riflessione sul dolore e sulle convenzioni che lascia nello spettatore il segno di un sorriso amaro.

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Il berretto a sonagli di Luigi Pirandello – Regia: Andrea Baracco – Con: Silvio Orlando e con (in o.a.) Francesca Botti, Michele Eburnea, Francesca Farcomeni, Davide Lorino, Annabella Marotta, Stefania Medri, Marta Nutiscena, Roberto Crea – Costumi: Marta Crisolini Malatesta – Luci: Simone De Angelis – Sound designer: Giacomo Vezzani – Revisione linguistica: Letizia Russo e Andrea Baracco – Aiuto regia: Andrea Lucchetta – Direttore tecnico: Luigi Flammia – Datore luci: Christian Pizzingrilli – Fonici: Alberto Luciani e Gianrocco Bruno – Sarta: Piera Mura – Macchinista: Filippo Canfori – Segretaria di compagnia: Chiara Pazzini – Amministrazione di produzione: Mary Salvatore – Management: Federico Corona – Direzione generale: Maria Laura Rondanini – Una produzione Cardellino srl in coproduzione con Teatro Stabile dell’Umbria, Teatro Stabile di Bolzano. Teatro Mercadante di Napoli dal 18 al 29 marzo 2026.

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