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Il filo di Strauss, tra Vienna, Nasso e la Commedia dell’arte

All’Opera di Roma l’Ariadne auf Naxos unisce epoche e luoghi lontani, tra mitologia e commedia dell’arte

Prima che il sipario si apra sull’Ariadne auf Naxos, il titolo di Richard Strauss in scena al Teatro dell’Opera di Roma fino al 10 marzo a 35 anni dall’ultima volta, sono i lavoratori del Costanzi a salire sul palco, rappresentanti di tutte le professionalità necessarie a far funzionare la macchina-teatro.

ph: Fabrizio Sansoni

Artisti e maestranze unite da un comunicato sindacale sulla situazione delle Fondazioni Lirico-Sinfoniche in Italia, da anni in attesa di un rinnovo contrattuale che il Ministero sistematicamente rimanda. Pochi minuti di comunicato sufficienti a prendere al pubblico una minima coscienza del tema, da approfondire poi, anche quando il dibattitto politico e sociale lo ignora. E così il primo applauso è per loro, calore umano che non può cambiar le cose ma può farsi miccia.

Un intervento ancor più importante davanti a quest’opera, che con il suo prologo e il suo atto sembra in realtà raccogliere tre narrazioni diverse, che la regia di David Hermann cura e mischia con capacità, accompagnata dall’Orchestra del Teatro dell’Opera di Roma, che alla prova della complessa partitura di Strauss risponde senza titubanze, una certezza del Costanzi per l’occasione guidata dal Maestro Maxime Pascal.

Per il prologo si abbandona così la casa da XVIII secolo dell’ “uomo più ricco di Vienna”, preferendo un corridoio bianco su cui danno tre porte, separando per bene la primadonna dell’Ariadne dalla giovane Zerbinetta della commedia dell’arte, frutto della scenografia di Jo Schrammm, che dopo l’Inferno di Ronchetti torna a fare coppia con Hermann, in un sodalizio artistico di cui si riconosce la firma.
Quelli che dovranno svolgersi al cospetto del notabile sono due spettacoli in netto contrasto tra loro che si troveranno a dover comunicare, ma prima che si arrivi a quel momento di metateatro ecco l’antefatto, occasione per conoscere il personaggio del compositore, una splendida Angela Brower, accompagnata dal maestro di musica Adrian Eröd, alla disperata ricerca di una calma che viene sempre meno.


Ma il compositore di Brower non riesce a veder le cose in altro modo: è indispettito, frustrato, sofferente, il suo canto attraversa uno spettro emotivo ampio, che segue la musica e si prende il suo spazio quando ha modo, soprattutto nel confronto con la Zerbinetta di Zity Dai, rispetto alla quale riesce a trovarsi in pari, a tratti più protagoniste della stessa Ariadne. Una prova, quella di Zity Dai, che risulta ottima, grazie soprattutto ai suoi acuti e a una capacità interpretativa in grado di mischiare la Zerbinetta frivola con i momenti di riflessione su di sé più importanti. 

D’effetto, sempre nel prologo, la scelta di far entrare passando per la platea il primo maggiordomo Charles Morillon, che dà indicazioni dal basso, aumentando ancora l’effetto metateatrale, così come la scelta di costumi per il parrucchiere Lukáš Zeman e per il maestro di ballo Dan Karlström, curati da Michaela Barth, un’esplosione pop che verrà abbandonata poi per scegliere la tradizione sia per Ariadne che per i comici dell’arte, dando ancor più la sensazione che quella tra prologo e atto sia una cesura tra due opere diverse.

Quando l’intervallo finisce e il sipario si riapre siamo a Nasso, tutta la luce del bianco pop del primo atto è scomparsa, è il momento di Ariadne. A darle vita Axelle Fanyo, che torna sul palco del Costanzi dopo l’Adriana Mater dello scorso autunno.  Nel prologo la conosciamo come primadonna in tutti i sensi, disprezza i comici dell’arte e cerca d’esser la parte meno sacrificata davanti ai cambiamenti necessari per adattare le due opere a un lavoro solo, ma è nell’interpretare Ariadne che ne possiamo ammirare il canto. E se nell’Adriana Mater la sua voce era prestata a un ruolo di raziocinio e cura, questa volta è l’emotività a guidarla.

Abbandonata, sola con le ninfe, Jessica Ricci, Michela Guarrera e Sofia Barbashova, capaci per prime a trasmettere il dolore di cui sono testimoni, di questa Ariadne si sente tutto lo spessore drammatico, ancor di più se lo si mette in relazione con l’apparizione delle maschere italiane. Un connubio sottolineato dalla scenografia, dai costumi e dall’utilizzo delle luci, che lasciano Fanyo nel buio dolore della sua grotta, da cui il canto sofferente si alza per noi.

Tutto il contrario di Arlecchino (Äneas Humm), Scaramuccio (Matteo Ivan Rašić), Truffaldino (Karl Huml) e Brighella (Manuel Günther), il quartetto comico che al belcanto – da segnalare la performance di Humm e Hulm – unisce l’interpretazione, una sorta di mancanza di preparazione nel gestire il dolore altrui: così abituati a dover far ridere possono fare solo quello, ma Ariadne non ha nulla per cui ridere. Il suo dolore, al massimo, può avvicinarsi a qualcosa che Zerbinetta ha conosciuto nel corso della vita, ma che ha sempre vissuto in maniera diversa. 

Non è un lavoro da mortali, curare il cuore di Ariadne. È un lavoro da divinità, da Bacco, la voce profonda e rassicurante di Tuomas Katajala, il tenore della compagnia che nel prologo vediamo preoccuparsi delle sue battute.  A lui, che la scambia per Circe, è destinato il cuore della giovane. Un Bacco che torna alla modernità, in jeans e camicia, inaspettato per un atto che sembra mischiare due epoche con grande attenzione filologica. Non c’è nulla che rimandi alla sua iconografia, è tutto un lavoro di voce quello che Katajala compie per il suo personaggio, senza supporti visivi esagerati. Una scelta che sembra volta a premiarne le qualità vocali, lasciando che sia l’udito a guidare lo spettatore. 

ph: Fabrizio Sansoni

In quest’Ariadne che è tre volte uno spettacolo, dove si parte dal moderno per arrivare alla Commedia dell’Arte e in fine alla mitologia, ogni cosa sembra essere al suo posto. Il metateatro intrinseco nell’opera di Strauss torna anche nel secondo atto con l’incursione del compositore, raccontando una relazione parallela a quella che sarà di Ariadne e Bacco. Gli attori che diventano attori alla seconda, mentre il pubblico è quella nobiltà per cui recitano, il clima di separazione rigida tra palco e platea sembra venir meno. Eppure Axelle Fanyo ci lascia un’Ariadne che dovrebbe essere doppiamente recitata e invece è vera e sentita, profonda. Come se fossimo con lei su quello scoglio.

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Ariadne auf Naxos – Musica di Richard Strauss – Opera in un prologo e un atto Libretto di Hugo Von Hofmannsthal – Direttore: Maxime Pascal – Regia: David Hermann – Personaggi e Interpreti: Der Haushofmeister  Charles Morillon – Ein Musiklehrer  Adrian Eröd – Der Komponist  Angela Brower – Primadonna (Ariadne)  Axelle Fanyo – Tenor (Bacchus)  Tuomas Katajala – Zerbinetta  Ziyi Dai – Harlekin   Äneas Humm – Scaramuccio  Matteo Ivan Rašić – Truffaldino  Karl Huml – Brighella Manuel Günther – Najade  Jessica Ricci* – Dryade  Michela Guarrera – Echo  Sofia Barbashova* – Ein Perückenmacher   Lukáš Zeman – Ein Tanzmeister   Dan Karlström – Ein Lakai Daju Xu* – Ein Offizier Giovanni Di Deo – Scene Jo Schramm – Costumi Michaela Barth – Luci Fabrice Kebour – *Dal progetto “Fabbrica” – Young Artist Program del Teatro dell’Opera di Roma – Orchestra del Teatro dell’Opera di Roma – Nuovo allestimento in collaborazione con Semperoper Dresden – Teatro dell’Opera di Roma fino al 10 marzo 2026

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