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La morte, nonna merda e l’inesausta processione delle provole

4,5,6” torna in scena al Teatro Vascello di Roma con uno spettacolo grottesco e lucidissimo che continua, dopo anni, a registrare il tutto esaurito.

Di cosa parliamo quando si parla di niente? Quando l’unica possibile verità resta quella di affogare nel cibo, nel rito ossessivo del cibo, anche quando non serve perché se ne è satolli, sprofondando inevitabilmente in voragini di provole, insaccati e pasta al forno, purché non si venga a rompere la zona solo apparentemente comfort di una cristallizzazione spasmodica, nella infinita reiterazione di quello stesso nulla.

4,5,6 racconta una famiglia come tante, alle prese con la possibilità di lavoro di un figlio, tardo adolescente già vecchio nella maschera impeccabile di Carlo De Ruggieri, che da un profondo Sud, metafisico e reale, potrebbe rompere le solide colonne d’Ercole della valle solitaria, accettando un impiego a Roma. 

Non sia mai: la diarrea, gli assassini, i culattoni, le blatte, la diarrea, finanche la morte stessa sono il prezzo impossibile da pagare, nei diktat automatici del venerando padre, un  Massimo De Lorenzo beckettiano e verghiano insieme, che giocherella insistente con una soppressata-pendolo sul nulla, cuccagna triste che mai sogna il riscatto, cifra dello stesso non trascorrere delle dimensioni di questa Macondo senza poesia, imbevuta di realismo assolutamente non magico, di parole muro di cemento, alimenti eccessivi, pesanti, a riempire il nulla innominabile dentro una cucina prigione lucida, dettagliata e immobile come un quadro fiammingo,  culla di una teglia che non torna più indietro, unico cruccio della madre, Cristina Pellegrino, ovvero un coro greco di solitudine autoinflitta. Così normali da sembrare mostri che Dino Risi arruolerebbe subito, per l’autore stesso microcosmo simbolo non solo dell’archetipo mortale di una famiglia nostrana, meridionale ma non solo, ormai scheletro di se stessa, ma del paese intero e, perché no, della natura umana stessa.

Succedono tante cose in quel non accadere nulla, si evocano stufati di ghiro piccante, si teme il vento, sembra suggerirci Mattia Torre, dalla sua sardonica grazie nel probabile cielo di luce che lo ospita, sorridendo sul rito dello spuntino, il protocollo sacro e intoccabile barriera contro la capitale città utopia, perdizione certa, perché possibile spiraglio di vita e cambiamento. Ma anche di questo non si può certo parlare. Si può parlare solo di ciò che perpetua un nonsense rassicurante, di nonna Bonavina che “era un uomo straordinario”, del recchione nascosto dentro una famiglia, nascosto talmente bene che non si sa chi sia, ma nemmeno chi lo abbia individuato, cenando anche alle 17 per benedire l’improvvida vocazione fiscale di un conoscente, il misterioso ospite d’onore per cui si cucina da giorni, anche se ha già mangiato, il ruvido Giordano Agrusta, deciso a farsi prete per non soccombere all’Irpef, alla morte sicura, generata dall’istituzione stessa della Partita Iva. 

Come si può dunque resistere alla barriera degli insaccati, dove anche la più innocente azione di benessere, come smettere di fumare diventa giudizio, mannaia, pettegolezzo, gogna omicida del parlare tanto per parlare, del bloccare ogni respiro, ogni spunto anche labile di movimento. In questa Grand Bouef nostrana, melanconica e ossessiva (non casualmente la regia televisiva è di Paolo Sorrentino) la location viene intercettata debolmente solo dai navigatori satellitari, unici rabdomanti in un tiellocentrismo pastoso, unto, vischioso come sabbie mobili, dove affondano anche le più timide aspirazioni, perché il copione silenzioso e inesorabile non le prevede. C’è anche tanta merda: nel nome della nonna alla quale si consacra il sugo imperituro, ulteriore sigillo a ogni blanda boccata d’aria, angelo sterminatore che veglia sul confessionale oscuro, unico angolo dove l’indicibile desiderio di aria, di vendetta e di riscatto può essere nominato, ma solo se a vuoto, delirante, inascoltato perfino da Dio stesso.

Da soli si dice qualcosa di autentico, insieme si azzarda solo il tutto pur di non dire nulla, se non l’esaltazione martellante dei prodotti della terra circostante, l’osanna ipnotica che inibisce e sterilizza. La spirale si avvita inesorabile e imprevedibile nella performance quasi geometrica di quattro attori quasi perfetti, perché perfettamente scolpiti dalla ripetizione, impermeabili al traspirare, al sorriso come al pianto. Malgrado la quasi incomprensibile lingua di scambio, anch’essa invenzione così convincente da sembrare vera, grammelot torriano perfettamente creato a disarticolare la già stitica comunicazione familiare, il pubblico non perde un alito, ubriacandosi di quella morte annunciata, prestigiosa, solida, concessa senza fattura come unica possibile ipoteca sul futuro. 

Una valle remota, solo apparentemente lontana da luoghi più evoluti, eppure limpida metafora di quello che la fedeltà familiare ovunque, spesso più sottilmente impone contro l’emersione della autenticità emotiva dei membri del clan, dove regna incontrastata l’asfissia come unico codice etico possibile, un dispiegato genio recitativo e registico (si è mantenuta la mano originale dello stesso Torre) a confondere le acque per precipitare bruscamente in un finale che si fa cronaca, metafora, salto quantico, eppure non del tutto, perché inconfessabile esorcismo del nostro strisciante, pavido malcontento. 

Tutto esaurito al Teatro Vascello di Roma, malgrado lo spettacolo esista da 14 anni, la sveglia suona chiara e forte, anzi più che mai in tempo di conformismo dispiegato, nel silenzioso boato dell’abdicazione di ogni nostra, anche minimalmente coraggiosa ricerca di libera felicità.  Rapisce disgusta incanta.

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4 5 6 – Scritto e diretto da Mattia Torre – con Massimo De Lorenzo, Carlo De Ruggieri, Cristina Pellegrino – e con Giordano Agrusta – scene Francesco Ghisu – costumi Mimma Montorselli – produzione Marche Teatro / Nutrimenti Terrestri / Walsh – Teatro Vascello dal 24 febbraio al 1 marzo 2026

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