Dal 18 febbraio a Teatrosophia, l’attrice torna con “Torna fra nove mesi”: un viaggio tra lutto, memoria e libertà creativa nel segno dell’eredità di Amedeo Nazzari
Dal 18 al 22 febbraio, il palco del Teatrosophia di Roma accoglie un’artista che non si limita a recitare, ma abita la scena con la consapevolezza di chi vede nel teatro un atto di comunicazione necessaria e viscerale. Evelina Nazzari torna a raccontarsi e a raccontare Torna fra nove mesi, portando con sé un bagaglio fatto di radici profonde e ferite trasformate in risorsa. In questa intervista, l’attrice e scrittrice ci conduce nei meandri del suo percorso creativo: con una sincerità disarmante, la Nazzari esplora il legame tra la scrittura e il lutto, spiegando come la creatività permetta di “collocare altrove” un dolore che non scompare, ma che si fa carne viva sulla carta e sulla scena.
Il titolo Torna fra nove mesi evoca quasi una gestazione al contrario, un percorso a ritroso verso una nuova nascita. In questo senso, lo spettacolo appare come una necessaria catarsi personale ma anche come un atto di comunicazione profonda verso il pubblico. Per lei è stato più difficile trovare le parole per scrivere questo dolore sulla carta o trovare, ogni sera, la forza fisica per restituirle dal vivo sul palco?
È esattamente così: una necessaria catarsi personale, ma anche un atto di comunicazione profonda. Il compito di uno scrittore, come quello di un attore, è trasmettere un’emozione; se lo spettatore esce da teatro nell’indifferenza, abbiamo fallito. Non sono una scrittrice di professione, ma ho scritto per una necessità viscerale, scoprendo che quel dolore arrivava alle persone perché creava un contatto. L’attore senza lo spettatore non ha senso, così come lo scrittore non esiste senza l’occhio del lettore. Quando si stabilisce questo legame – la sensazione di essere capiti – si raggiunge qualcosa di prezioso. All’inizio, scrivere era l’unica cosa capace di regalarmi un sollievo. La sofferenza resta lì, non se ne va mai; tuttavia, la creatività offre l’opportunità di tirarla fuori e fissarla sulla carta. Dopo otto anni di malattia, tra diagnosi di schizofrenia e disturbi della personalità, mio figlio ha deciso che era stanco di vivere male. Quando vivi un lutto simile, capisci che quel peso deve essere esternato: non te ne sbarazzi, ma lo “collochi” altrove. Da qui è nato il desiderio di pubblicare. Il testo Torna fra nove mesi è inserito nel volume Altrove, insieme a un monologo finora non messo in scena. Inizialmente non potevo interpretarlo in prima persona; non riuscivo a mettermi in gioco fino a quel punto. Infatti, quando la mia amica e collega Maddalena Recino portò in scena Corda tesa – un monologo che è stato un po’ il prodromo di Torna fra nove mesi – per la Giornata mondiale per la prevenzione del suicidio, io non ce la facevo. Poi, col tempo, è emerso il desiderio di calcare il palco insieme a lei: nello spettacolo siamo due donne, ma potremmo essere la stessa persona. Rappresentiamo la condivisione di un dolore che si vive in mille modi: disperazione, sarcasmo, rabbia. Mai avrei immaginato di rappresentare questa storia, eppure la scena è il momento più catartico: puoi urlare il tuo fardello. Non si chiude un cerchio – certi cerchi non si chiudono mai – ma lo si ripropone, rivivendo ogni volta quell’emozione per potersene in parte liberare. Siamo ormai alla quinta ripresa dal 2013; anno dopo anno, sentiamo che la storia ci è entrata dentro, assumendo ogni volta un valore diverso. Si va avanti e si torna indietro, in una ricerca continua di convivenza con un vissuto sfaccettato. Il dolore resta là, piantato, ma col tempo diventa una risorsa per sopravvivere. Ne fai qualcosa di concreto: carne viva che si trasferisce sul palcoscenico e sulla carta.
Lei appartiene a una famiglia che ha scritto pagine indelebili del cinema e del teatro italiano. In che modo questo bagaglio così importante influenza la sua scrittura, muovendosi tra testi autobiografici come Memorie a brandelli e un’opera così profondamente intimista come Torna fra nove mesi? C’è una forma di responsabilità o, al contrario, di libertà nel trasformare la propria storia personale in materia letteraria e teatrale?
Memorie a brandelli ha una natura diversa rispetto a Torna fra nove mesi, che è decisamente più focalizzato. Questo libro è nato dal desiderio di parlare di mia madre, ma nel processo mi sono ritrovata a scavare a ritroso, spingendomi verso radici e figure mai conosciute, note solo attraverso racconti che il tempo ha inevitabilmente trasfigurato. Ciò che più mi ha affascinato è stato proprio restituire una memoria che non coincide con la verità assoluta, ma con il modo in cui ci è stata consegnata; d’altronde i ricordi mutano, non restano mai identici a come sono accaduti perché li rielaboriamo costantemente attraverso il filtro delle nostre esperienze. Non avevo intenzione di condurre un’indagine rigorosa, se si esclude una piccola ricerca su mio nonno ucciso dai nazisti, perché il mio scopo era narrare. Volevo raccontare di mio padre bambino in un collegio salesiano durante la Grande Guerra, un periodo di gelo e solitudine di cui non saprò mai con precisione i dettagli, né come lui abbia trasformato quel trauma nella sua memoria personale. È un vagabondaggio disordinato in cui parlare di lui era quasi un atto dovuto, anche se sentivo l’esigenza di esplorare altro. La sua figura non è un peso, ma un motivo d’orgoglio: è stato un padre tenerissimo e permissivo, e mi fa sorridere quando ancora oggi mi interrogano sul peso della sua eredità. Non sono più una ragazzina, eppure quel legame continua a definirmi. Questo bagaglio influenza profondamente il mio sguardo, dandomi l’impressione di aver vissuto tante vite diverse. Quando ripenso a me bambina, o al momento in cui i miei genitori si ammalarono a poca distanza l’uno dall’altra, sento quasi di appartenere a un altro mondo. Tutto appare come frammenti sparsi che attendono di essere ricomposti, ma in questa frammentazione mi sento libera: non avverto il dovere di restare fedele alla realtà oggettiva. Anche nello spettacolo porto in scena ciò che ho provato, ma è pur sempre una rappresentazione che rielabora il vissuto. La fantasia interviene in modo determinante e io mi sento libera di assecondarla, filtrando tutto con quel velo di ironia o sarcasmo che permette di salvarsi dalle difficoltà della vita. Per questo l’eredità che porto non mi pesa: la trasformo e la rendo mia attraverso la libertà del racconto.
Tra la Evelina Nazzari che nel 2006 ha dovuto affrontare l’inizio di questo cammino così difficile e quella che nel 2013 ha scelto di dargli una voce attraverso il teatro, sono passati molti anni e diverse repliche. In quel preciso istante in cui la finzione teatrale e la realtà biografica si fondono, chi guarda il pubblico? L’attrice che interpreta o la madre che testimonia?
Bisognerebbe chiederlo al pubblico. Questo spettacolo è nato circondato da persone care: non avrei mai potuto realizzarlo con degli estranei, ma solo con chi mi è sempre stato vicino. Penso a Maddalena Recino e ad Angelo Libri, che ne ha curato la regia; a sua moglie che ha costruito le scene, a mio marito che si è occupato delle musiche e a mia figlia che ha disegnato la locandina. È un’opera nata davvero dalla collaborazione di tutti. Ricordo che una volta Angelo Libri mi disse che al pubblico bisognava offrire almeno un barlume di speranza, chiedendomi come potessi terminare lo spettacolo in modo così cupo. Gli risposi che la speranza risiede proprio nel fatto che io sia lì, su quel palco, a fare questo spettacolo. Credo che il solo atto di esserci significhi aver toccato il fondo del dolore per poi costruire qualcosa di nuovo, trovando la forza di raccontarlo. Forse chi mi conosce coglie subito questo aspetto, mentre chi non mi conosce può immaginare che io abbia scritto il testo ispirandomi a qualcun altro; in ogni caso, il pubblico ne esce sempre emozionato, profondamente toccato.
L’anno prossimo ricorrerà il centoventesimo anniversario della nascita di suo papà, il grande Amedeo Nazzari, la cui vita è stata celebrata proprio recentemente dalla biografia di Roberto Liberatori (Edizioni Sabinae). Quanto manca oggi, alle nostre scene, un artista come lui?
Credo fermamente che esistano tuttora dei bravi attori, ma l’epoca di mio padre era diversa: allora quello dell’attore era un mestiere vero e proprio, in cui non ci si improvvisava. Si imparava direttamente sulle tavole del palcoscenico perché, quando lui ha iniziato, le scuole di recitazione non esistevano ancora. Ho sempre paragonato l’attore più all’artigiano che all’artista. Proprio come l’ebanista andava a bottega per imparare l’arte dell’intaglio sotto la guida di un maestro, così accadeva per la recitazione. Sebbene oggi ci siano interpreti validi, molti altri non sono veri professionisti. Mio padre resta l’esempio di un mestiere nato dalla fatica e dalla bellezza pura del teatro. Prima del grande schermo, papà ha affrontato dieci anni di gavetta teatrale, lavorando persino con Pirandello. Mi raccontava spesso di quanto quegli anni fossero stati duri: si guadagnava poco e si soffriva la fame, eppure li ricordava con un entusiasmo superiore a qualsiasi esperienza cinematografica. Mentre sui suoi film restava sempre vago, parlava con estrema nitidezza dei suoi esordi da ragazzino in una filodrammatica, un mondo che lo aveva letteralmente folgorato. Non è un caso che i grandi nomi che hanno fatto la storia del cinema provenissero tutti dal teatro: sapevano recitare davvero. Al contrario, oggi molte nuove generazioni – pur con le dovute eccezioni – sembrano puntare solo all’apparire. Una delle lezioni più preziose che mio padre mi ha trasmesso, più con l’esempio che con le parole, è stata proprio questa: il valore della serietà e della professionalità.
Foto di copertina di ©Luca Manfrini





