In prima nazionale al Teatro Basilica di Roma, Fucina Zero ci accompagna in un viaggio nello spazio, tra racconto e riflessione, per la regia di Matteo Finamore.
Al Teatro Basilica, spazio raccolto e vivo, che sembra fatto apposta per accogliere progetti off ma di qualità, Arecibo, progetto della compagnia Fucina Zero su drammaturgia di Jacopo Angelini, trova la sua dimensione naturale. È un luogo che non ha bisogno di orpelli: basta il respiro degli attori, la vicinanza del pubblico, l’essenzialità della scena.

Il palcoscenico è quasi nudo. Diversi faretti, strumenti audio in vista e utilizzati per la narrazione scenica. Un baule, una cassa. I costumi sono semplici: jeans, scarpe da ginnastica, magliette e felpe con la scritta NASA, simbolo di scienza e ricerca, che cambiano insieme ai personaggi, senza mai cercare l’effetto, ma restando dentro una linea di coerenza con l’impianto dello spettacolo.
I tre attori, Mario Berretta, Andrea Carriero e Giulia Rossoni, si muovono con tempi netti, ben scanditi, passando da un ruolo all’altro con naturalezza. Non c’è confusione: ogni cambio è leggibile, ogni passaggio trova la propria misura. In alcuni momenti, le voci si intrecciano agli audio registrati, si sovrappongono, si disturbano, restituendo la frenesia comunicativa del presente, fatta di notifiche, messaggi e attese sospese. A queste stratificazioni sonore si alternano pause e silenzi, che aprono spazi di attenzione e ridanno peso alla parola. È un lavoro preciso, fondato sull’ascolto e sulla presenza.
Lo spettacolo traccia un parallelismo sottile ma incisivo: dall’attesa di una risposta dallo spazio profondo a quella, molto più quotidiana, delle nostre chat. Dal radiotelescopio lanciato nello spazio alle notifiche sullo schermo, cambia la distanza ma non la solitudine: restiamo comunque in ascolto di un segnale che forse non arriverà.
Al centro resta la domanda: che cosa significa comunicare?
Nel 1974, da Arecibo, in Porto Rico, l’umanità ha davvero inviato un messaggio verso lo spazio profondo, un autoritratto scientifico destinato a interlocutori sconosciuti. Una comunicazione senza garanzia di risposta, fondata solo sull’attesa. Oggi quell’attesa si è accorciata fino a stare nel palmo della nostra mano: viviamo sospesi tra messaggi inviati e notifiche che tardano ad arrivare. Scriviamo, inviamo, attendiamo. E a volte quella risposta non arriva. Ma forse, in certi casi, è meglio così.
Arecibo non offre soluzioni, non consola, non spiega: apre piuttosto una crepa, una domanda, uno spazio di riflessione. È sempre necessario parlare e rispondere? Si può comunicare in silenzio? Il teatro è anche interrogazione: non serve a dare risposte, serve a tenerci svegli.
E in scena non c’è solo il racconto di un messaggio lanciato verso le stelle. C’è anche il ritratto di una generazione che continua a credere nel lavoro del teatro, nonostante tutto. Ragazzi e ragazze che si adoperano, che si sacrificano, che costruiscono reti, che provano, riprovano, ascoltano, imparano, migliorano, incastrano prove e impegni personali, vita e sogni.

Vivere di teatro non è facile. È precarietà, attesa, incastri, compromessi continui.
Eppure c’è chi sceglie di non lasciarsi vivere, ma di vivere davvero, davanti a un pubblico che chiede, vuole sapere, è curioso. C’è chi sale su quel palco, spoglio come lo spazio, e continua a mandare segnali. Anche senza la certezza che qualcuno risponda. Il teatro è anche questo.
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Arecibo – Un progetto Fucina Zero – Regia: Matteo Finamore – Drammaturgia: Jacopo Angelini – Con: Mario Berretta, Andrea Carriero, Giulia Rossoni – Architettura sonora: Giulia Menaspà – Consulenza al suono: Pasquale Citera – Costumi: Giulia Barcaroli – Disegno luci: Omar Scala – Organizzazione: Veronica Toscanelli – Consulenza artistica: Roberto Scarpetti – Foto di scena: Simone Galli. – Produzione: lacasadargilla, Gruppo della Creta. TeatroBasilica dal 5 all’8 febbraio 2026





