Al Teatro Sala Umberto di Roma, fino al 1 febbraio 2026 un adattamento che prova a parlare al presente, mettendo al centro il corpo, la paura e l’ossessione della cura
Quando il pubblico entra in sala, lo spettacolo è già cominciato. Il sipario è aperto, una luce filtra da dietro un velo scuro e lascia intravedere una vasca da bagno e una parete di mattonelle. Gli spettatori cercano il proprio posto mentre qualcosa, silenziosamente, sta già accadendo. È una scelta che suggerisce un’idea chiara: la vita – e con essa la malattia, l’ossessione, l’ansia – procede anche quando non la stiamo guardando.

L’apertura è affidata a una breve coreografia: gli attori entrano uno alla volta, in maglieria intima, evocando un immaginario che richiama le soubrette di un altro tempo. Poi il velo si solleva e prende avvio Il malato immaginario di Molière, qui ambientato non più nella camera da letto di Argante, ma in un bagno: uno spazio intimo, privato, che diventa scena unica e condivisa.
La scelta del bagno come luogo dell’azione è fortemente contemporanea e carica di significati. È il luogo del corpo, dei rituali ossessivi, della cura e dell’espulsione, del controllo e della fragilità. In questa messa in scena, Argante vive immerso nei suoi bagni, nei clisteri, nei gesti ripetuti con cui tenta di dominare la paura della malattia e della morte. Il personaggio è esplicitamente Molière stesso, secondo un gioco di teatro nel teatro che attraversa l’intero spettacolo.
Nelle note di regia, Andrea Chiodi parla di un “grido disperato”, del grido di un artista che cerca di difendere la propria arte fino a rifugiarsi nella malattia, fino a farsene prigioniero. Un’intenzione forte, che trova riscontro anche nell’inserimento della supplica di Molière al Re, unica aggiunta a un testo dichiaratamente fedele all’originale. Dal punto di vista degli spettatori, però, questa dimensione metateatrale può sembrare in gran parte chiusa su sé stessa, più concentrata sull’autoritratto dell’artista che su un dialogo aperto con chi guarda.
La nudità del personaggio principale, introdotta fin dall’inizio come segno forse provocatorio e simbolico, sembra voler alludere a uno smascheramento: del corpo, della paura, anche di una categoria, quella medica, che Molière attacca con ferocia. Durante lo spettacolo, tuttavia, questo elemento non evolve. Il protagonista continua a spogliarsi e rivestirsi nei momenti legati alla vasca o al water, mentre gli altri personaggi restano vestiti; nel finale, la coreografia iniziale ritorna, identica, con gli attori nuovamente in maglieria intima. Un segno che, non trasformandosi, finisce per essere percepito più come cornice reiterata che come gesto capace di produrre nuovi significati.
La caratterizzazione dei personaggi segue una linea caricaturale coerente con la scrittura di Molière, ma in alcuni casi spinta fino all’eccesso.
Il medico, volutamente ridicolizzato, risponde pienamente all’intento polemico di Molière, ma finisce per rimanere confinato in una caratterizzazione eccessivamente caricata. Il personaggio del figlio, appare volutamente fuori tempo, con un costume che mescola epoche diverse: una scelta che può voler suggerire l’attualità perenne del tema, ma che può anche disorientare lo spettatore, lasciandolo sospeso in un “tempo di tutti i tempi” non sempre leggibile.
Gli attori lavorano con impegno e qualità. Lucia Lavia costruisce una Tonina solida e precisa, mentre Tindaro Granata affronta un ruolo complesso, forse indebolito però da una fisicità troppo giovane rispetto all’immaginario del malato ipocondriaco. Non una questione di bravura, ma di percezione: l’età anagrafica del personaggio, fatica a emergere come corpo segnato dalla paura e dalla decadenza.

Alcuni dialoghi, infine, risultano un pò monotono, ripetitivi. È vero che la scrittura originale di Molière insiste sui temi della medicina e della cura, ma in questo adattamento la reiterazione finisce per appesantire il ritmo, producendo momenti di stanchezza e distanza emotiva.
Uscendo dal teatro, resta un senso di lieve perplessità. Il malato immaginario è un testo che continua a parlarci con forza, di ipocondria, di paura della morte, di un rapporto ambiguo con la medicina che oggi, forse più che mai, ci riguarda tutti. Il lavoro messo in scena è serio, pensato, attraversato da una visione precisa. Dal punto di vista degli spettatori però, si ha la sensazione che questa visione avrebbe potuto trovare una forma più incisiva, più capace di trasformare la provocazione in riflessione condivisa.
Il teatro è il luogo in cui le immagini dovrebbero continuare a lavorare dentro lo spettatore, aprendo domande che non si trovano già altrove. Senza negare che questo allestimento cerchi quella strada, si avverte il desiderio di una maggiore leggerezza ed eleganza, lasciando che la vera provocazione diventi, più che il gesto, il pensiero.
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Il malato immaginario di Molière – adattamento e traduzione Angela Dematté – regia Andrea Chiodi – con Tindaro Granata, Lucia Lavia, Angelo di Genio, Emanuele Arrigazzi, Alessia Spinelli, Nicola Ciaffoni, Emilia Tiburzi, Ottavia Sanfilippo – Assistente alla regia Elisa Grilli – produzione Centro Teatrale Bresciano in coproduzione con Lac Lugano Arte e Cultura – Viola produzioni Roma – Sala Umberto Roma 27 gennaio 1° febbraio 2026





