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Tra identità e conflitto: l’“O di uno o di nessuno” di Fabrizio Falco al Gobetti


Tra fedeltà linguistica e limiti d’una lettura contemporanea

Fine settimana torinese per Fabrizio Falco, che con il suo adattamento di O di uno o di nessuno di Luigi Pirandello, prodotto dal Teatro Libero di Palermo, è andato in scena al Teatro Gobetti di Torino.

Il testo pirandelliano rimane linguisticamente pressoché inalterato; a essere snellita è invece la struttura, con qualche aggiunta all’inizio e alcuni tagli e modifiche sul finale, in modo da rendere l’insieme più fluido. Gli attori, quattro compreso lo stesso Falco, interpretano contemporaneamente più personaggi e a dichiararlo sin dall’inizio anche al pubblico è Falco stesso che, rivolgendosi direttamente a questo in una breve parentesi metateatrale, riflette sulle difficoltà di interpretare differenti ruoli (anche se non saranno tantissimi) nel corso di una stessa serata e, seppur in maniera frettolosa e convenzionale, accenna alle tematiche caratterizzanti l’opera del premio Nobel siciliano: la crisi dell’identità e il contrasto dilaniante tra vita e forma, espressi in poche parole attraverso l’elemento dell’umorismo e del grottesco.

La vicenda, non tra le più conosciute di Pirandello, è una delle più semplici e risulta ulteriormente ripulita dall’adattamento. Tito Morena e Carlino Sanni, interpretati rispettivamente da Giancarlo Latina e Giovanni Alfieri, sono due amici che intrattengono contemporaneamente una frequentazione (non di tipo amoroso) con una giovane prostituta, Melina, a cui dà volto Federica D’Angelo. La ragazza scopre di essere incinta, ma non può stabilire chi dei due amanti sia il padre. Attorno a questo nodo si sviluppa l’intricato disfarsi dell’amicizia tra i due uomini, tra continui litigi e confronti mediati dall’avvocato Merletti (Fabrizio Falco). I due iniziano a fronteggiarsi, disvelando gelosie profonde e reciproci fastidi, senza curarsi realmente della giovane che, non restando in silenzio di fronte a tutto ciò, cerca la propria indipendenza. Melina è decisa: non vorrà abbandonare il bambino, una volta nato, in un istituto, ma desidera tenerlo con sé per poterlo crescerlo con amore anche se da sola. In prospettiva di ciò progetta di darsi da fare, cercherà un lavoro, senza che i due uomini si diano disturbo per sostentarla. Tuttavia, in seguito al parto, la donna muore. I personaggi agiscono in una scena molto semplice, composta da pochi oggetti necessari all’azione, come indicato dallo stesso Pirandello: due materassi gonfiabili rivestiti da lenzuola bianche, un piccolo tavolino al centro, uno striminzito fondale grigio e, ai lati, faretti e softbox (illuminatori cinematografici con una schermatura in tessuto che ammorbidisce la luce), che gli attori stessi accendono e spengono. Questi rimandano ora all’illuminazione artificiale della stanza, ora a quella naturale proveniente da una finestra i cui scuri sono spalancati. Una scena semplice che, nel suo complesso, funziona e rivela l’artificio teatrale, ma che non risulta particolarmente originale. L’uso di riflettori ai margini della scena ritorna spesso nelle messe in scena pirandelliane; basti pensare, senza andare troppo indietro nelle stagioni teatrali dello Stabile di Torino, alle ultime e decisamente più canoniche regie di Gabriele Lavia.

Falco tenta, con il suo adattamento, di portare al centro la figura femminile, che però purtroppo rimane in secondo piano rispetto alle dinamiche di scontro tra Tito e Carlino, i quali occupano una posizione ben più centrale sulla scena. La scena finale, quella della morte di Melina, vorrebbe celebrare l’indipendenza della donna che, mentre i due uomini litigano sullo sfondo, ribadisce sfinita ancora una volta la propria autonomia prima di stramazzare al suolo. La costruzione di questa scena, di per sé, riporta il fulcro su Melina, ma ben presto l’attenzione, cresciuta attorno all’ultimo gesto della donna, viene sovrastata e in parte annullata dalla zuffa tra i due ormai ex amici, che si accusano reciprocamente della sua morte. Ci si focalizza dunque nuovamente sui due uomini, indiscussi protagonisti di questo adattamento. La figura di Melina sembra purtroppo rimanere sempre sullo sfondo: fatica a emergere in questa messa in scena e, proprio quando ci riesce, viene ancora una volta adombrata. L’ultimo gesto di autodeterminazione e autonomia della donna risulta così oscurato dai personaggi maschili. Sebbene Falco abbia voluto offrire una “lettura contemporanea”, questo intento non emerge con forza: la vicenda che prende vita sul palco rimane ancora molto vincolata agli anni in cui l’autore scriveva l’opera. Poco dialoga con il mondo di oggi e, quando lo fa, lo fa in maniera flebile, senza sviscerare fino in fondo e con forza dirompente la tematica dell’emancipazione femminile. La scena della morte di Melina, sebbene ben costruita dal punto di vista spaziale e prossemico, risulta forse troppo carica sul piano della recitazione. Federica D’Angelo, che in altre occasioni ha dato prova di una recitazione più misurata, appare qui eccessivamente affettata, tratteggiando l’ultimo grido di indipendenza di Melina attraverso una drammaticità accentuata. Interessante, infine, il lavoro compiuto sulle tavole del Gobetti dall’attore catanese Giovanni Alfieri, che ha saputo rendere un Carlino sfaccettato: grottesco, immaturo ed estremamente patriarcale, con le sue presunte buone azioni oltre le quali non riesce a scorgere il nero che lo avvinghia. 


O di uno o di nessuno – da Luigi Pirandello – adattamento e regia Fabrizio Falco – con Giovanni Alfieri, Federica D’angelo, Fabrizio Falco, Giancarlo Latina – aiuto regia eugenio Sorrentino – spazio scenico Luca Mannino – sartoria Teatro Libero Palermo – musiche originali Sergio Beercock – Teatro Libero Palermo – Teatro Gobetti, Torino dal 23 al 25 gennaio 2026

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