di Giorgia Leuratti

Il suo timbro è caldo, grondante, profondo, inonda lo spazio saturandolo, per poi incrinarsi all’ondulazione di suono: è la voce di Frida Kahlo a farsi preludio di “Viva la vida!” di Valeria Moretti interpretato dalla regia di Carlo Emilio Lerici e proposto in streaming dal Teatro Belli di Roma.

Si origina l’opera da “Retrato de Diego” (Fonoteca Nacional de Mèxico), reperto radiofonico risalente al 1953-54, frammento sonoro che nell’intreccio fra chitarra ed emissione vocale, echeggia e si afferma come struggente dichiarazione d’amore rivolta al marito Diego Rivera.

Ed ecco, il suono accoglie l’immagine: proiettati sul fondale bluastro si succedono i fotogrammi plasmandosi in un collage dinamico ove l’opera pittorica si alterna all’istantanea e poi alla videoproiezione (Caterina Botti).

“Basta! Basta, andate via! Basta suonare! – con gli occhi rivolti al leggio, accompagnata dalla chitarra di Matteo Bottini, l’esortazione di Frida (Francesca Bianco) echeggia vibrante alla destra del proscenio, dando inizio ad un dialogo nostalgico quanto immaginario con la cantante messicana Chavela Vargas (Eleonora Tosto).

Se la sorgente del ricordo è il respiro dell’amante, la sua percezione vivida sulla pelle dell’artista, da quel momento il racconto procede fluviale, caleidoscopico, alternando l’evocazione estasiata, quasi epifanica del sentimento, a una nostalgia stringente.

“Diego è il mio bambino, son io che l’ho generato con cellule antiche” – dapprima associato a un universo totalizzante, l’uomo diviene oggetto di identificazione per poi presentarsi nelle parole straziate della donna, come frutto di una genesi archetipica, appassionata, parimenti materna e sensuale.

Esternandosi nell’eco di una risata angosciata, l’amore si confonde con la morte, fagocita in sé l’idea di soffocamento, di abisso, di attesa: nel flusso altisonante di dialogo sonoro, nuove visioni prendono forma incarnandosi ora nell’opera pittorica, ora nel tracciato minuzioso dei dettagli, nell’elenco confuso delle circostanze.

Un’interpretazione evocativa quella di Francesca Bianco che si affida alla mimica del volto, al movimento delle mani, allo strabuzzare degli occhi; in una figurazione prossemica triangolare, la sua lettura si alterna al canto di Eleonora Tosto che restituisce l’atmosfera accorata e nostalgica delle opere di Chavela Vargas, e alla chitarra di Matteo Bottini che la accompagna.

Dall’idea di surrealismo, al ricordo di Lev Trockij, dalla narrazione dei contesti messicani, alla memoria dolente per un bambino mai nato: nell’incedere tempestoso delle parole la storia si conclude nel suo inizio che, preceduto dalle note di “La llorona”, coincide con l’episodio cruciale della vita dell’artista messicana, l’incidente in autobus che nel settembre 1925 si palesò come inizio di una torrenziale sofferenza.

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