Un’indagine scenica sulla possibilità di restituire, attraverso la compresenza dei linguaggi, la frammentazione dell’esperienza interiore.
Nell’accogliente cornice del Teatro di Documenti, il 9 aprile l’arte e il vissuto del pittore fiammingo Vincent Van Gogh ha nuovamente preso vita in una prospettiva inaspettata, ovvero attraverso l’arte del flamenco. Il danzatore, regista e autore dello spettacolo, Manfredi Gelmetti, ha usato la propria arte per esprimere con un nuovo respiro l’universo interiore del tormentato artista, accompagnato da voce, chitarra e percussione.

Si è trattata di una vera e propria performance multidisciplinare, che ha compreso diversi aspetti dell’arte dal vivo: iniziata con Gelmetti che ha interpretato – nei panni di Van Gogh – la Pizzica di San Vito, lo spettacolo ha alternato momenti danzati con musica dal vivo, a momenti unicamente musicali, sia con voce che strettamente strumentali, a monologhi recitati da Gelmetti, in cui la linea tra il dialogo del pittore con sé stesso o con il fratello Theo è molto, molto sottile.
Uno spettacolo a tutto tondo di cui le singoli parti sono incastrate in un flusso continuo, tutte perfettamente eseguite, sia a livello tecnico che interpretativo. L’altra protagonista della performance, oltre a Van Gogh, è stata la chitarra di Francesca Turchetti, che ha accompagnato e dialogato con il danzatore senza sosta, e con notevole efficacia espressiva.
Nota di merito va allo spazio che ha ospitato la performance. La struttura del Teatro di Documenti, insieme alla disposizione adottata, si è rivelata una scelta non solo efficace, ma anche più pertinente rispetto a un’idea di teatro ancora largamente diffusa in Italia, spesso ancorata a modelli frontali e distanzianti. Qui, al contrario, la prossimità tra pubblico e artisti e la dimensione raccolta della sala hanno favorito una fruizione più consapevole e partecipe. Pur richiamando, per certi aspetti, modalità già proprie di altri contesti performativi – come quelli legati al flamenco – questa configurazione si è distinta per la capacità di ridurre la distanza, non solo fisica ma anche percettiva, tra scena e spettatore. Ne è derivata un’esperienza immersiva, in cui il pubblico è stato quasi costretto a confrontarsi da vicino con la tensione e il conflitto, entrando idealmente — e in parte anche concretamente — nella guerra dei mondi che attraversa la mente di Vincent Van Gogh.
La domanda iniziale alla lettura del titolo Van Gogh Flamenco potrebbe essere la seguente: cosa c’entra Van Gogh, pittore olandese, con una danza tradizionale spagnola? Il collegamento non è immediato: possiamo considerare, prima di tutto, la fascinazione che Vincent ha sempre avuto per la Spagna: nelle sue lettere parla del desiderio di visitarla e la sua ammirazione per l’arte di Velázquez e Goya. Per lui la Spagna rappresentava l’espressività emotiva forte, caratteristica riconducibile alla danza andalusa. L’intensità emotiva, il ritmo forte e ripetitivo, e la drammaticità dei gesti possono ricordare, in senso estetico, il modo in cui Van Gogh usava i colori, accostati in maniera contrastante, le pennellate energiche e visibili, e i soggetti emotivamente carichi. La corrispondenza è soprattutto di energia espressiva: il flamenco suona e danza le emozioni, Van Gogh le dipinge, e Gelmetti ha unito questo connubio spirituale tra le due arti.

Questa unione platonica tra il flamenco e Van Gogh ha dato frutto a un momento performativo di grande intensità emotiva e tecnica, in cui linguaggi differenti hanno trovato un punto di convergenza sorprendentemente coerente. Ne è scaturito uno spettacolo che, pur nella sua natura sperimentale, ha saputo mantenere una forte tenuta scenica, evitando il rischio dell’astrazione fine a sé stessa. L’incontro tra musica, danza e immaginario pittorico non si è limitato a una semplice sovrapposizione di codici, ma ha costruito un territorio comune di tensioni, fragilità e slanci espressivi. In questo equilibrio instabile ma efficace, la performance ha trovato la sua cifra più autentica, lasciando nello spettatore la sensazione di aver assistito non a una rappresentazione, ma a un vero e proprio attraversamento emotivo e percettivo.
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Van Gogh Flamenco, uno spettacolo di Manfredi Gelmetti – Danza, recitazione e mise-en-scène: Manfredi Gelmetti – Chitarra e progetto musicale: Francesca Turchetti – Voci: Serena Bagozzi, Eleana Gagouli – Percussioni: Paolo Monaldi – Supervisione ai costumi: Daniele Uccisero, Giulia Pagliarulo – Make Up: Simone Verdecchia – Teatro di Documenti di Roma 9 e 10 aprile 2026





