di Mario Claudio Cesario

 

Un surreale Ubu Re per un rivoluzionario Fabio Cherstich

 

Quando si parla di teatro dell’assurdo non si può non catapultarsi oniricamente nella Francia del 1896 e rivivere quello spettacolo che l’ha reso padre di questo genere: “Ubu Re”. Capolavoro surrealista di Alfred Jarry, drammaturgo francese che è stato pioniere e capostipite di registi amanti di questo teatro ricco di provocazioni, assurdità, parodie e farse.

A distanza di 125 anni, e a oltre 1.400 km, il giovane regista milanese Fabio Cherstich mette in scena l’omonima pièce al Teatro Argentina di Roma, con un cast pregno del talento di chi ha calcato i polverosi legni del palcoscenico come: Gea Martire, Julien Lambert, Francesco Russo, Alessandro Bandini, Marco Cavalcoli, Sara Borsarelli. Per il ruolo del protagonista, Padre Ubu, il cartellone brilla del nome di Massimo Andrei. Attore, regista, drammaturgo contemporaneo che ha già respirato l’aria francese, affiancando gli assistenti di Peter Brook a Parigi e avendo studiato, dopo la laurea in Lettere (Storia del Teatro, 110 e lode),

all’ A.I.A. (Atelier International de l’Acteur) della città natia di Alfred Jarry.

Il testo segue le avventure di Padre Ubu e di sua moglie, Madre Ubu. Il protagonista uccide il Re Venceslao, impossessandosi del trono. Avido e tiranno, uccide tutti gli adepti del vecchio regno. Il principe Bugrelao, figlio del predecessore, spera di riconquistare il trono di suo padre. Fabio Cherstich e Luigi Serafini, che cura l’allestimento, rivoluzionano il testo e lo spazio teatrale, basandosi fedelmente alla “Patafisica, scienza delle soluzioni immaginarie”, scritta da…? Alfred Jarry.

La rossa platea del Teatro Argentina si trasforma in una spiaggia ricca di rifiuti che fa da scena surreale a questa versione “2.0” dell’Ubu Re. In questo spettacolo, il pubblico ha già un forte impatto visivo, che aumenta con l’emergere di alcune interpretazioni e giochi linguistici, suscitando risate con gag in napoletano e in francese.

Il regista Cherstich è riuscito a rendere surreale ciò che è già nato surreale, a rendere assurdo la storia del teatro dell’assurdo, in un dialogo tra vecchio e nuovo, rendendoli un tutt’uno, svelando anche ciò che a teatro di solito rimane nell’ombra.

 

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