LO CHIAMAVANO… MITO

50 anni fa sbancava al botteghino un cult della cinematografia, una pietra miliare dello spaghetti-western: “Lo chiamavano Trinità”

Quando si pensa al western è inevitabile proiettare la mente verso i primissimi piani degli occhi di ghiaccio di cow boy pronti al duello o rimembrare quelle musiche che sostituiscono i dialoghi degli attori e che trasportano lo spettatore in una vecchia stazione del west. A Sergio Leone, il vate della storia del cinema, va il merito di aver riportato in auge un genere ormai in declino, il western. Con “Per un pugno di dollari”, del 1964, “Per qualche dollaro in più”, del 1965 e “Il buono, il brutto e il cattivo”, targato 1966, questo genere ha dato poi il via ad un filone che ancora oggi viene amato e commemorato da grandi registi, uno fra tutti, Quentin Tarantino.

Leone, con il suo genio, ha portato in Italia un filone originale che si connotava di particolari esclusivamente made in italy, lo “spaghetti-western”. Questa espressione “a stelle e strisce” aveva all’inizio un significato negativo, poiché altro non era che un lungometraggio di western girato in Italia a basso costo. Questa diffidenza iniziale e tale sfiducia che i baroni del cinema internazionale nutrivano per tal genere, non ha però impedito un successo di pubblico e di critica che ha conquistato in breve tempo il cuore di tutti. Protagonisti indiscussi ed insostituibili: Bud Spencer e Terence Hill.

Coppia nata negli anni ’60, ha reso cult il film del 1970 del romano E.B. Clucher: “Lo chiamavano Trinità”. Questa pellicola compie 50 anni. I due protagonisti avevano già condiviso insieme i set delle praterie con: “Dio perdona…io no!” nel 1967 e “I quattro dell’Ave Maria” del 1968, entrambi diretti da Giuseppe Colizzi, regista nipote del grande Luigi Zampa. Ma è con la stesura cinematografica di Clucher che il duo dà una svolta alla propria carriera. Inizialmente pare che i ruoli di Trinità e di Bambino sarebbero dovuti spettare a George Eastman e a Peter Martell, ma poi furono proprio Mario Girotti e Carlo Pedersoli a proporsi insieme, magari già in sella ai loro cavalli, ed ottenere la parte. Le immancabili scazzottate prendono il posto delle pallottole, ormai marchio di fabbrica della coppia western dal sapore comedy.

“Lo chiamavano Trinità” ebbe immediatamente un grande successo tanto che un anno dopo, ci fu il sequel “…continuavano a chiamarlo Trinità”, primeggiando al botteghino. Ma a decretarne il mito fu l’uscita del film sul piccolo schermo, appuntamento immancabile ancora a 50 anni dall’uscita. Un film, figlio di un genere nato come parodia, divenuto poi padre di pellicole che hanno ispirato registi di tutto il mondo, anche musicalmente parlando. “Lo chiamavano Trinità” è un pilastro importante della commedia italiana, che nessun cambiamento sia esso legato al passare del tempo o al gusto del pubblico potrà mai intaccare. E` parte della storia di ognuno di noi, di quella storia italiana che ha insegnato ad alzare la testa e ripartire con passione, scommettendo sulla persona con l’unico obbiettivo di “colpire al cuore” dello spettatore, talvolta anche a scapito del profitto.

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