Iscriviti alla NewsLetter
Cerca

Tra sogno e realtà, la palingenesi dall’anzianità

L’ambizione alla nuova giovinezza a portata di chirurgo. Gli improbabili poteri rigenerativi di una taumaturgia truffaldina.

Osserviamo senza indugio che il Teatro Stabile catanese, insieme a numerose altre realtà artistiche e culturali di matrice italica, predilige sovente la letteratura come veicolo di messaggi e storie. La letteratura quale pianeta sconfinato di lezioni, perpetuo giacimento di temi universali, il cui rilievo si accresce ulteriormente nel viavai dalla pagina al palcoscenico. La pagina in questione, stavolta, è quella scolpita da Italo Svevo, celebre penna letteraria e drammaturgica annoverata all’interno del Modernismo di Inizio Novecento. Un flusso pluridisciplinare dove si indagano coscienza e mente, spirito e anima, il recondito e la profondità. E dove trovano posto il ripiegamento interiore, il discernimento e il divenire, le alterazioni del tempo e l’altalena della vita con il suo fluire.

Nello Mascia, Roberta Caronia

Il normale transito dalla puerizia all’anzianità, dalla fanciullezza alla senescenza. Tutta materia sveviana e in quanto tale modernista. E Svevo è modernista, e insieme ironico, se volge la sua attenzione sul decadimento e il deterioramento, sulla degenerazione e su ciò che ad essa si contrappone: La rigenerazione. È questa parola a fare da titolo all’ultima creazione novecentesca dello scrittore, una sorta di prolungamento e compimento di opere precedenti, ripescato e affinato nella regia da Valerio Santoro e nella recitazione da Nello Mascia, primo attore, e da altri otto interpreti: tre personaggi femminili e sei maschili. E pari numero di rappresentazioni. Sei “messe in scena”, in due atti, allestite dal 3 all’8 febbraio all’interno della sala ubicata in Via Giuseppe Fava: la Sala Verga.

Una sala teatrale che ci servirà evocare anche in un’altra direzione che diremmo ospedaliera, sebbene di ospedaliero in senso stretto non ci sia pressoché nulla. Questo significa che l’impianto scenografico e quello sonoro sono volutamente modellati su un duplice piano realistico e onirico, sicché di tangibile vediamo, innanzitutto, i raffinati e facoltosi interni di una villa dagli arredi borghesi ed eleganti tanto quanto le pareti, cromaticamente vicine al turchese o allo smeraldo.

E ancora una finestra sulla destra e un’altra sullo sfondo, dalla quale scorgere un giardino alberato, e piante e cespugli a riempire il proscenio, a riprodurre uno spazio che si estende ben oltre il perimetro scenico, in un esterno estivo e geograficamente collocato a Trieste, città di origine di Svevo. E qui i frammenti sonori non fanno che corrispondere al realismo visivo curato da Luigi Ferrigno: perciò un miagolio, una macchina, un campanello e i rumori di un cancello saranno funzionali a dare oggettività ed effettività, concretezza e materialità. Fino al sopraggiungere dell’etereo e dell’evanescente. Della sospensione.

Di una dimensione irreale e immaginaria, sognante e visionaria distribuita più chiaramente in tre momenti e, talvolta, scandita da un faro verde che invade il pubblico, attraversandolo, e soprattutto da echi e suoni indistinti, fili conduttori di un’interiorità da ripercorrere. Posta in questi termini, è in questo contesto che possiamo immaginare una sala operatoria dalle luci bianche, di un bianco che quasi abbaglia. Le luci in fondo al tunnel della vecchiaia tradotte in un’assurda proposta di svecchiamento ad opera di uno specialista, che di specialistico ha ben poco, un dottore sufficientemente ciarlatano e lestofante, da far credere l’impossibile.

Le promesse di un salto temporale, di uno vero e proprio spostamento cronologico a ritroso che solo l’avanzare spedito della scienza medica avrebbe potuto assicurare. Uno spostamento che, se ben riuscito, avrebbe riportato indietro di quasi vent’anni, tale per cui un uomo che ne aveva 76 sarebbe arrivato a dimostrarne non più di 59. Ed ecco “un pronto e sicuro ringiovanimento” ottenuto con una piccola ma “formidabile” operazione chirurgica, tutt’altro che invasiva e pericolosa, anzi così semplice e “miracolosa” da equivalere al “taglio delle unghie”. Insomma, progressi che appaiono e apparivano impensabili e che erano ancor più inverosimili per il fatto che fossero solamente gli anni Venti del secolo scorso.

Si capisce che gli intenti sono comici e satirici, ma che sono anche decisamente antitetici e opposti, pienamente compatibili con il valido gruppo di attori deputato ad animare la scena, a cominciare dallo stesso Mascia, designato all’immedesimazione in una delle figure tipicamente sveviane: Giovanni Chierici. È lui il pensionato protagonista dell’intervento rinvigorente, è lui che aveva accettato, seppur inizialmente esitante e diffidente, di rivitalizzarsi, di rimettersi in sesto e riqualificarsi dal peso che la sua vecchiaia sembrasse avere sugli altri, oltre che su se stesso.

Giovanni, difficilmente rassegnato, cominciava a fare i conti con i primi acciacchi dell’invecchiamento, ed in particolare con i sempre più evidenti segnali di quell’involuzione cognitiva, quella compromissione mentale e alienazione intellettiva nota con il nome di “demenza”. Un declino forse arrivato prematuramente e a prezzo pieno, una voragine cerebrale disorientante che gli aveva fatto perdere la padronanza e la sicurezza di un tempo, inducendolo a temere che, apparendo spesso debilitato e confuso, stordito, inaffidabile e smemorato, quando non anche delirante e farneticante, vaneggiante e sconnesso, potesse andare incontro alla derisione.

Roberto Burgio, Nello Mascia, Massimo De Matteo, Nicolò Prestigiacomo

Così, costasse quel che costasse, con l’obiettivo di ricostruirsi un mondo in cui tornare a “capire meglio e intendere tutto” aveva ceduto all’imbroglio di questo rinnovamento e rifiorimento, collimato con l’insolita possibilità di sperimentare la riesplorazione di una seconda gioventù, una “giovinezza agiata” e una vita “monda” e “senza macchia”. Ammesso che così fosse. Sempre che questa operazione, infatti, non avesse frugato troppo. E sempre che frugando non avesse messo tutto sottosopra, scompigliando e sparpagliando l’immoralità con il dovere della moralità, se la società dell’epoca avrebbe voluto che la prima appartenesse ai più giovani, acerbi, leggeri e libertini, e che la seconda fosse di esclusivo dominio dei vecchi, esempio di saggezza e autorevolezza, solidità, decoro e serietà. E Giovanni “aveva rovistato” largamente in quella che “sembrava essere la sua vita”, scoprendo che quest’ultima non era altro che “una specie di morte”.

__________________

La rigenerazione – di Italo Svevo – regia: Valerio Santoro – con Nello Mascia, e in o.a. Roberta Caronia, Matilde Piana, Alice Fazzi, Nicolò Prestigiacomo, Massimo De Matteo, Mauro Parrinello, Roberto Burgio, Roberto Mantovani – scene: Luigi Ferrigno – costumi: Dora Argento – musiche: Paolo Coletta – suono: Hubert Westkemper – luci: Cesare Accetta – produzione: Teatro Biondo di Palermo, Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia – foto di scena: Tommaso Le Pera – Catania, Teatro Stabile – Sala Verga (3-8 febbraio 2026)

error: Contenuto protetto per copyright [Content is protected !!]