di Mario Claudio Cesario

 

Una narrazione che attrae anche chi non ha la fede giallo-rossa. Tra gol e vicende di un amore indiscusso e indiscutibile di un uomo che è stato l’esempio di come deve essere un campione vero.

“Un capitano, c’è solo un capitano”. É cosi che ogni tifoso “lupacchiotto” esordiva quando ad entrare sul campo verde, in trasferta o in casa che sia, era l’indiscusso Francesco Totti.

 

Questo coro ha riecheggiato negli stadi a partire dal 31 Ottobre 1998, quando l’ex capitano della Roma Aldair gli cedette la fascia, sino a quell’odioso addio ai suoi tifosi e a tutti gli amanti del calcio vero.

Probabilmente tra quegli spalti, a indossare la maglietta “gialla come er sole e rossa come er core mio” (citando Antonello Venditti), c’era anche Alex Infascelli: regista e sceneggiatore romano che ha voluto regalare un documentario non su Totti, ma con Totti.

La voce narrante del campione, infatti, accompagna lo spettatore durante la visione, come se se ne stesse accomodato sul divano al suo fianco, per commentare e all’evenienza dire: “torna n’attimo ‘ndietro!”.

La missione di Infascelli è quella di far appassionare alla visione del film non solo i romanisti, ma tutti gli sportivi amanti di quel calcio in cui non conta sempre vincere, ma dare sempre il massimo, rappresentando un uomo all’antica, umano nei trionfi come negli errori compiuti in campo e nella vita.

I primi piccoli calci dati a un enorme pallone, sulla spiaggia di Porto San Giorgio, in un video repertorio del 1977, sono le immagini d’apertura del docu-film che lo spettatore ammira con tenera malinconia, fomentandosi poi quando Francesco racconta le prime partite giocate, dalla Lodigiani alla Roma, passando poi al trionfo dei Mondiali 2006, fino al suo, ma “non solo suo”, addio al calcio del 28 Maggio 2017.

Sarà bizzarro ma i fanatici della numerologia, osservando il giorno e l’anno dell’addio al calcio del capitano, potrebbero trovare una chiave di lettura che evidenzi, con una semplice somma, il numero di maglia di Francesco Totti, il dieci.

Infascelli, forte della sua esperienza cinematografica, presenta una narrazione che utilizza lo stile thriller per tenere incollato allo schermo il pubblico che, senza accorgersene, si ritrova a guardare un film inaspettatamente autobiografico, caratterizzato ora da cadenzati toni epici ora dai suggestivi archi della musicista romana Costanza Francavilla.

Un progetto semplice, che evita l’eventuale accusa di una riuscita agiografica, in cui il protagonista segue non solo il pallone ma anche quel sogno durato venticinque anni, cercando di capire in che ottica porre il suo destino, a volte benigno, a volte maligno.

Il finale del film fa sì che lo spettatore additi il tempo e lo riconosca come nemico di quei campioni dalla sfavillante ma effimera carriera. In questo epilogo sembra che tifoso e campione si confortino l’un l’altro mentre Francesco Totti, con lo sguardo fisso in camera, rivolgendosi allo spettatore esclama: “Sto tempo è passato. Pure pè voi però”.

Tante vittorie professionali, dallo scudetto al Mondiale alla Scarpa d’oro. Tanta umanità, quanta è la timidezza di quell’uomo che è leggenda.
Mi chiamo Francesco Totti” è un film che racconta il calcio che non c’è più.

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