di Claudio Riccardi

 

Tom è un gatto. Raccolto dalla strada e poi pazientemente addomesticato. A dirla tutta, è lui ad aver accettato la convivenza con Leo, che ha mollato la vita in città per rifugiarsi vita natural durante nella casa delle vacanze al mare. All’ombra di quella veranda furono anni di adolescenza e marachelle insieme a Gio e Anna, amici veri poi finiti nei ricordi. Gli episodi e le scelte che costruiscono barriere, il tempo le ispessisce. Succede però che Leo, anni e anni dopo, organizzi una rimpatriata. Richiamando al capezzale di quella casa i due vecchi cari amici. Sorpresi, ma felici. C’è da risolvere la questione di Tom. Al gatto serve un nuovo padrone, perché Leo dovrà partire, e da solo, per un ultimo viaggio.

Tom è andato in scena dal 5 all’8 maggio al Teatro Basilica. Ha colpito e convinto il pubblico romano, a cominciare dal testo scritto da Rosalinda Conti e segnalato nel 2019 al Premio Hystrio Scritture. I temi e i piani narrativi sono diversi, sapientemente amalgamati: l’amicizia, l’amore, il passaggio dalla giovinezza all’età adulta, le convenzioni sociali, la caducità, il rapporto uomo-gatto.
Uomo e insieme gatto è il personaggio che fa da trait d’union tra le varie storie che si intrecciano nella drammaturgia. Giuseppe Ragone, interprete di Tom, ha i baffi, orecchie appuntite e una lunga coda.  Conduce una vita da felino, essenziale e serena. Opportunista, all’occorrenza. Si concede, ma non troppo. Apprende dall’esperienza e dispensa perle di saggezza. Al pubblico si rivolge con il linguaggio degli umani, ma gli umani in scena percepiscono solo miagolii. Ha con sè una tromba, che suona per lamentarsi ogni qualvolta gli ospiti invadono gli spazi e creano disturbo nella sua dimora. Che è anche la casa di Leo, interpretato da Gioele Rotini, 35enne solitario e piuttosto sociopatico. Conduce un’esistenza lineare, senza guizzi. Non ha contatti con l’esterno, al contrario degli amici di gioventù invitati per loro sorpresa a distanza di così tanti anni. Gio (Marco Usai) e Anna (Giordana Morandini) hanno una vita intensa e appagata. Sono adulti e indipendenti, ma non risolti. Il primo sconta retaggi da “sindrome di Peter Pan”, è brillante nel lavoro ma irrisolto nella sfera personale; lei invece protrae un quotidiano fin troppo diligente e trattenuto, ma a sorpresa vive la reunion come occasione per fare ordine nel suo cuore. Il triangolo scatena risate ma anche tensioni, riapre ferite, riaccende passioni. Ma forse sono solo vane illusioni. Ciascuna esistenza prende inevitabilmente il proprio binario.
Succede che poi al largo, a vele spiegate, tutto si appiana e trova un nuovo equilibrio. Il tutto accade in una lunga, movimentata giornata. Fatta di sole, poi di pioggia, infine di vento.

Tom fa da contrappunto al vorticoso svolgimento. Serafico appare, si sdraia, suona. Fa capire agli umani quando “devono levarsi” dal suo morbido pouf. Sentenzia, poi sparisce. Come lui, a intermittenza, si all’ingresso della casa si affaccia Alex, Giacomo Cremaschi, giovane prestante e pieno di entusiasmo. E’ buono e carico di aspettative per un lungo viaggio iniziatico che si appresta a compiere, ma di fondo ancora non pare convinto. Chi invece saluterà e per sempre è Leo, chiamato dall’orologio del destino a interrompere anzitempo il suo percorso sulla Terra. Comunica il suo male incurabile, e chiede agli amici di provvedere al convivente a quattro zampe.

La regia dello spettacolo, a firma di Matteo Ziglio, è inappuntabile. Colpiscono, in particolare, la suggestione del giro in barca e la realistica riproduzione del temporale: l’acqua cade al bordo del palcoscenico, rimbalzando su vere grondaie, a pochi centimetri dagli spettatori. Meritano citazione Gianluca Tomasella, per l’idea scenica, e Daria Crispino che ha seguito il comparto luci.

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