Tra Ottocento e Novecento, una lunga carriera attraversa le profonde trasformazioni del teatro, diventando esempio di autentica resilienza scenica.
Salvatore De Muto (Napoli, 1877-1970) nasce da una famiglia benestante. La madre, Antonia Jacovetti, è figlia di un aiutante in campo di Ferdinando di Borbone; mentre il padre, Giuseppe De Muto, è un rispettato e rinomato funzionario dell’Ospedale degli Incurabili di Napoli di quell’epoca. Antonia, purtroppo, muore giovanissima a soli ventiquattro anni e Giuseppe si risposa nuovamente con la Contessa Del Pozzo, la quale pure morirà abbastanza presto. Dal loro matrimonio nascono Gaetano, Ernesto, Eugenio, Adele e Valentino: i fratelli di De Muto.

La maschera di Pulcinella
Sembra abbastanza burrascoso il rapporto tra il piccolo Salvatore e il padre Giuseppe. Quest’ultimo non accetta facilmente quella sconfinata e naturale passione del figlio verso il teatro: addosso al suo primogenito c’è da aspettarsi pur sempre un camice bianco, sì, ma come medico-chirurgo a proseguimento della gloria familiare. Invece, Salvatore cresce e, un po’ per caso, a circa quattordici anni capisce che la sua strada è un’altra. Lavora presso la fabbrica degli specchi di Benvenuti, mette qualche soldo da parte e va via di casa. Da questo momento in poi, inizia la sua carriera artistica.
Non devono essere facili gli esordi, né pare che Salvatore De Muto emerga per chissà quale virtù capace di incuriosire. Come dargli torto: abbandona gli agi della vita borghese per bussare alle porte di antichi e poveri casottanti senza essere figlio d’arte e, tra l’altro, con un’età ancora acerba. Per quelle compagnie comiche di dimensioni modeste significa farsi carico di un attore giovanissimo che parte completamente da zero. Eppure, è proprio questo attore a non demordere ed a distinguersi forse soprattutto per quella caparbietà sui generis, finché non viene accolto dal Teatro di Donna Camilla a Porta Capuana. Da qui inizia a immergersi in un’arte antica e misteriosa, in un mestiere a cui presta voto per sempre.
Ma è dalla casottante ‘O Scassacarrozze a San Giovanni a Teduccio che compie il primo debutto a tutti gli effetti a soli quindici anni, nel 1892, nei panni di Pulcinella con la commedia Nu marito spagnuolo al Teatro Piccolo San Carlino. La fortuna inizia a girare, divertendosi con un destino un po’ sadico: nel 1895 muore il rinomato Pulcinella Pasquale Balzano e don Angelo Mazzola, impresario del Teatro Politeama, insieme al direttore artistico Domenico Balducci cercano un sostituto e lo trovano nel giovanissimo Salvatore De Muto. È un momento iconico, perché quest’ultimo viene accolto a suon di applausi e grida di giubilo dal pubblico, soprattutto dopo il cosiddetto ‘o passo inglese, la danza che firma il successo del suo Pulcinella.
Un altro aspetto interessante da considerare riguarda l’attività di capocomico. Salvatore De Muto lo diventa già a soli diciassette anni, iniziando a dirigere una piccola compagnia con Andrea Celestini. Questo denota la capacità singolare di adottare una prospettiva che va al di là dell’attore, ovvero di vivere il teatro come un’impresa artigianale in cui vi si immerge a trecentosessanta gradi. Non è solo una semplice arte, non è solo un banale lavoro, ma è la struttura di un’intera vita scelta.
Nel 1913, avviene il passaggio di consegna della maschera, un gesto che nella tradizione della storia dell’attore indica una nomina fondamentale. Infatti, Giuseppe De Martino, al Teatro Partenope, imbastisce Salvatore De Muto come Pulcinella suo successore, quasi come se fosse un suggellare per sempre una promessa a quell’arte. Mai come in questo caso, non c’è nessuna discendenza familiare, bensì soltanto il riconoscimento a un uomo-artista che crede fortemente in un progetto, che difende un’arte percepita come sul procinto di scomparire senza lasciarne tracce. E lo fa fino a morirne a più di novant’anni con una piccola pensione della S.I.A.E.
La singolarità di Salvatore De Muto si inserisce qui, nello scegliere di indossare Pulcinella quando il teatro italiano inizia a rispondere a stimoli diversi tra la lenta nascita della regia, le guerre, l’avvento del cinema. Perciò, quella decisione, protetta a tutti i costi e nonostante tutto, è motivo per lui di successo e condanna. È indiscutibile il riconoscimento che gli viene restituito durante una carriera lunga e ricca di spettacoli, sicuramente per una predisposizione al palcoscenico – a questo punto definibile a ragion veduta come innata! – acclamata anche in più recensioni; ma è altrettanto vero che quel compiacimento da parte del pubblico e di altri artisti deriva anche da un senso di nostalgia per una forma artistica che sta cedendo al cospetto della lenta nascita del regista, del cinema, delle guerre e di tutte quelle che saranno le messe in discussioni delle avanguardie novecentesche.
Il teatro a quel tempo sta cambiando, pure troppo per un’arte appartenente a una tradizione ormai antica. Non si pensa più che possa dire ancora qualcosa al presente, ma non secondo De Muto, per il quale invece è radice e storia del teatro, è traccia di un’identità fondamentale di cui tenere memoria e, come ultimo atto di resistenza, dona tutto il suo patrimonio artistico alla Lucchesi Palli della Biblioteca Nazionale di Napoli. Contratti, drammaturgie, canovacci, locandine: una quantità di materiali straordinaria e debitamente conservata affinché resti una traccia valida e considerata di un teatro che è esistito e ha avuto da dire.

Disegno di Gaetano Dura
Ma ci sono alcune domande con cui si intende lasciare la lettura dell’articolo: Salvatore De Muto è un caso singolo di resilienza teatrale? O, provando a uscire dai contorni di Napoli e ampliando lo sguardo all’Italia e al resto dell’Europa, si possono trovare casi analoghi? Può, quindi, trattarsi di una serie di testimonianze di un teatro dialettale che, al di là di ogni regione di appartenenza, resiste?





