di Fabio Salvati

 

Ci siamo lungamente interrogati sull’opportunità che una testata come la nostra, che si occupa del fenomeno artistico, si potesse permettere una curvatura e spendere qualche parola a margine di un fatto di cronaca così efferato come quello avvenuto a Colleferro che in questi giorni sta impegnando i palinsesti e le riflessioni di tanti specialisti.

E’ un problema di mancanza di legittimazione, prima ancora che di pertinenza, ci siamo detti d’istinto: a che titolo noi che seguiamo il teatro e le arti visive possiamo interferire nelle analisi  antropologiche e  sociali che hanno fatto da sfondo a quella vicenda ?

La marginalità ruvida di un paese nato senza  troppe pretese, al collare della grande Capitale, difficilmente avrebbe potuto offrirci l’occasione di nominarlo, per aver ospitato, per dire, un evento coerente con i temi della nostra editorialità. Senza far torto alla testarda, ma meritoria dedizione della Municipalità che gestisce direttamente il Teatro Vittorio Veneto, proponendo da qualche anno un cartellone (che ha il merito di attrarre non più di un centesimo dei residenti), la città, senza offesa, non si impone per la sua vistosità culturale.

Ma di fronte al “delitto di Colleferro” (ma, beninteso, non c’è niente di specifico in questa locuzione, tanto più che i sospettati provenivano dalla vicina Artena), nonostante le nostre iniziali perplessità, non ci veniva egualmente di rimanere renitenti, sentendoci convocati, con gli strumenti di conoscenza e di indagine del nostro specifico, a dire anche noi qualcosa che potesse tornare utile. Proprio come se fossimo (tanto per rimanere in tema) nella tragedia greca, a far la parte del coro che guarda e commenta, a beneficio della polis, qualunque essa sia, che ha estremo bisogno di ripensare a se stessa, a cominciare dai luoghi dell’aggregazione e all’offerta educativa, sempre più latitante o marginale.

Con la tragedia greca la vicenda dell’omicidio del giovane capoverdiano ha in comune soltanto la ferocia del gesto criminale che quella vita ha spezzato. Niente epicità, nessun richiamo possibile neanche alla scellerata sontuosità della vendetta: non siamo davanti alla scena del combattimento sanguinoso tra Ettore e Achille. Identica la violenza, coincidente l’esito letale, ma qui tutto sembra  senza causa, senza un movente reale. Qui non c’è un Patroclo con la morte da vendicare : neppure la sommaria leva dell’inimicizia sembra aver armato quelle mani assassine. Solo una prestazione di manovalanza violenta: qualcuno che chiama,  un lavoro sporco da compiere al più presto e che merita di interrompere un rapporto sessuale in corso dalle parti del cimitero (la forza della tragedia che si infiltra, come una prolessi,  nei rivoli di questa vicenda e non solo per la macabra location, ma per l’intuibile declinazione abietta di quelle carnalità seriali). Solo un’esibizione di violenza per cristallizzare un sedicente primato di autorevolezza criminale.

E nulla più.

Anzi è proprio il Nulla che sembra farla da padrone in questa storia: il vuoto delle giornate senza senso di feroci protagonisti, le cui immagini dai social sono una galleria malinconica e ripetitiva di selfie su torsi nudi massacrati da tatuaggi . A compiersi, in quella prateria del Nulla, non poteva che essere una tragedia senza senso, fosse anche solo il senso criminale di una vendetta o di una ritorsione. 

E le parole di noi che guardiamo finiscono qua: ad alimentare la tensione drammaturgica resta l’archetipo della violenza contro l’indifeso, contro il più debole, il povero Willy con il suo sorriso disarmato e  i suoi sogni morti all’alba. Ma non ci va più di scriverne di storie così, anche se la realtà odierna ha dimostrato di essere un grande autore, aggiornando con perfida e vivace versatilità le vicende criminali che riempiono le pagine di nera e le prigioni nostrane. 

Vorremmo tanto riprendere a parlare solo di teatro e di spettacoli veri, perché-parafrasando  Diderot- siamo convinti che “per ogni teatro che si apre, una prigione viene chiusa”.  

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