di Claudio Riccardi

 

Da vittima a carnefice, da vessati a vessatori, il passaggio è breve. Con le parti che si possono peraltro capovolgere. E’ un desiderio inconscio che tutti, almeno una volta nella vita, abbiamo avuto: restituire un torto subito pagando con la stessa moneta.  Sartori non deve morire è uno spettacolo collaudato che racconta le conseguenze di un “rodimento” interno che cove silente per tanto tempo, fino ad esplodere.

Arrivato all’ottavo anno di repliche, ha regalato ancora una volta grasse risate al pubblico di Teatro Trastevere. Raffaele Balzano, autore e director dello spettacolo è, sul palco, lo schizzato protagonista di un rapimento. Insoddisfatto, incarognito. A cadere nella sua trappola è un noto produttore e regista, Marcello Sartori appunto, interpretato da Geremia Longobardo. Che viene legato ad una sedia per espiare una colpa: il non avere mai risposto alle ripetute candidature per un’audizione inviate da un giovane attore, diplomato in Accademia e che a sua volta, per colpa di un amico, ha già perso il treno della svolta.

Marco Zordan, l’amico, indossa le vesti del reo colpevole, che a orecchie basse subisce le ire del compagno d’armi tradito per ottenere di nuovo la sua fiducia. Un complice improbabile per la riuscita di un piano che, nello svolgimento della narrazione, si fa sempre più comico e surreale. Il fantomatico “provino di forza” è grottesco banco di prova per le personalità dei tre personaggi. Il rapitore si mostra energico ma confusionario, e sbaglia a restituire fiducia all’amico, che è buono ma troppo. E finisce così che Sartori trova in queste debolezze il varco giusto per ribaltare il copione.

Un po’ come succede nella vita: carpe diem, cogli l’attimo e fai la tua mossa. In primis, cerca di salvarti.

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