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“Regina Madre”: un ring dell’anima tra romanesco e lingua forbita

A Teatrosophia Santanelli, Ferro e Camilli scavano senza pietà nel rapporto madre-figlio

Il 5 febbraio scorso, a Teatrosophia, Regina Madre di Manlio Santanelli ha confermato quanto certi testi sappiano attraversare il tempo senza perdere mordente. Scritta nel 1984, la pièce continua a parlare con sorprendente lucidità al presente, intercettando dinamiche familiari che risultano fin troppo riconoscibili: rapporti irrisolti, dipendenze affettive mascherate da doveri morali, conti mai chiusi tra genitori e figli che si trascinano fino all’età adulta.

Regina Madre – Alessandra Ferro

La regia di Alessandra Ferro , che veste anche i panni di Regina, sceglie di entrare a fondo in questo territorio instabile, trasformando la scena in un ring emotivo dove non esistono veri vincitori. La vicenda si concentra su un ritorno che ha il sapore dell’obbligo: Alfredo, interpretato da Claudio Chopper Camilli,  rientra nella casa materna per occuparsi di Regina, malata e prossima alla fine. Ma ciò che in superficie appare come un gesto di attenzione filiale rivela presto contorni ben più ambigui. Alfredo non è lì per riparare, bensì per osservare, annotare, registrare. Il dolore diventa materia da sfruttare, la morte un possibile trampolino di rilancio professionale.

Camilli restituisce questo personaggio con grande precisione, evitando facili moralismi. Il suo Alfredo è fragile, frustrato, lucido e meschino allo stesso tempo; un uomo che ha costruito la propria identità sulla distanza, prima emotiva e poi linguistica, dalla famiglia d’origine. Il linguaggio che utilizza è sempre controllato, levigato, distante da ogni inflessione dialettale: una scelta che diventa segno evidente di una frattura profonda, di una presa di distanza non solo geografica ma culturale ed emotiva, dalla madre e dall’ombra ingombrante di un padre continuamente evocato come modello irraggiungibile.

A questa lingua “altra” si oppone frontalmente quella di Regina. La Ferro, in scena con una presenza solida e abrasiva, costruisce una madre tutt’altro che remissiva. Il suo romanesco non è semplice colore locale, ma un vero strumento di potere: diretto, tagliente, spesso violento, capace di schiacciare l’interlocutore e ribaltare continuamente i rapporti di forza. Regina non subisce: reagisce, attacca, manipola, mente. È autoritaria, soffocante, ma anche profondamente consapevole del gioco che si sta consumando.

Il cuore dello spettacolo risiede proprio nello scontro tra queste due posture linguistiche ed esistenziali. Madre e figlio si fronteggiano in un duello verbale serrato, fatto di accuse reciproche, ricordi deformati, verità parziali. La parola diventa l’arma principale, il mezzo attraverso cui esercitare controllo o tentare una difesa estrema. Nulla è stabile: ogni rivelazione apre nuove crepe, ogni tentativo di chiarimento si trasforma in ulteriore conflitto. La scenografia scarna, due poltroncine e due sgabelli, aiuta il pubblico, presente in sala , a focalizzare l’attenzione solo sulle movenze e sui dialoghi serrati.

Santanelli costruisce un testo profondamente ambiguo, dove il confine tra sincerità e finzione resta volutamente sfocato. Le bugie non sono semplici espedienti narrativi, ma una condizione permanente dell’esistenza dei personaggi. In questo gioco crudele, Regina appare spesso come una proiezione del trauma di Alfredo, una presenza che continua a condizionarlo anche nel momento in cui egli tenta di affrancarsene definitivamente. Il riferimento alla sorella assente, evocata più volte, amplia ulteriormente il senso di una famiglia bloccata, incapace di evolvere, imprigionata in ruoli infantili mai superati.

La messinscena mantiene costante questa tensione, lasciando che il grottesco affiori senza mai scivolare nella farsa. Il riso, quando arriva, è sempre attraversato da un retrogusto amaro; il disagio cresce scena dopo scena, mentre il pubblico viene coinvolto in un meccanismo di riconoscimento tanto più perturbante quanto più quotidiano.

Regina Madre – Claudio Chopper Camilli

Regina Madre mette a nudo il fascino perverso del potere affettivo e l’incapacità, dolorosa e diffusa, di recidere il legame originario. La prova di Alessandra Ferro e Claudio Camilli, intensa e calibrata, restituisce tutta la complessità di questo scontro senza redenzione; gli spettatori presenti, tributando lunghi e calorosi applausi a chiusura della pièce, hanno confermato la grande prova attoriale e la validità di un testo ideato e scritto oltre quarant’anni or sono.

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Regina Madre – diretto da Alessandra Ferro, con Alessandra Ferro e Claudio Chopper Camilli, musiche  originali Adriano D’Amico, disegno luci Gloria Mancuso, aiuto regia Lucilla Di Pasquale, assistente alla regia Gianluigi Buttarelli – Teatrosophia dal 5 all’8 febbraio 2026

Foto ©Grazia Menna

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