RADIOACTIVE: la recensione

 di Paola Tiriticco

 

Se le STEM (Science, Technology, Engineering and Maths) sono oggi promosse soprattutto tra le ragazze e sono al centro del dibattito sociologico e culturale, lo dobbiamo anche e soprattutto al lavoro e alle battaglie di poche coraggiose scienziate.

Tra queste c’è sicuramente Marie Curie, tra le più grandi di sempre.

Radioactive, uscito il 15 luglio, è il film che la regista franco-iraniana Marjane Satrapi, ha tratto dal romanzo grafico di Lauren Redniss, dedicato appunto alla vita di Marie Curie e alle sue ricerche.

Donna fuori del comune , anticonformista e volitiva, mente acuta ed una vita tutta controcorrente, nel film Marie è interpretata da Rosamund Pike mentre, l’amatissimo marito Pierre, ha il volto di Sam Riley.

Nata a Varsavia nel 1867, Maria Salomea Sklodowska, si trasferisce a Parigi per i suoi studi ed è qui che svolgerà tutte le sue ricerche, insieme al marito Pierre, fino alla morte nel 1934 uccisa proprio da quelle radiazioni che aveva scoperto e studiato.

Una vita che lascia a bocca aperta, prima donna ad avere un dottorato di ricerca in fisica ed una cattedra alla Sorbona, due premi Nobel, il primo per la fisica nel 1903 vinto insieme al marito per i loro studi sulle radiazioni, il secondo nel 1911 per la chimica per la scoperta del radio e del polonio.

Si potrebbe parlare all’infinito di questa donna scienziata che ha rivoluzionato la fisica, la chimica, la medicina e la società stessa.

Il film vorrebbe rendere tutto questo e molto altro ancora, mostrandoci anche la donna innamorata, la madre spesso assente, le battaglie contro i pregiudizi. Con una serie di salti temporali possiamo seguire poi le conseguenze delle scoperte di Marie, buone o cattive a seconda dell’uso che se farà. Ecco allora il primo bambino salvato dalla radioterapia nel 1957, ed il terribile giorno di Hiroshima, i giovani uomini salvati dalle amputazioni grazie ai raggi X sui campi di battaglia della I guerra mondiale e per finire il disastro di Chernobyl.

Ma è proprio in tutti questi temi che si perde questo biopic, faticando ad emozionarci e a farci entrare nella complessità del personaggio, della sua epoca e delle battaglie che vuole raccontare.

Anche l’interpretazione che ne fa Rosamund Pike è spesso estremizzata e quindi superficiale, non riesce ad appassionare, nonostante il tentativo di mostrarci il lato più umano della scienziata.

Bella però nel film l’immagine della provetta di radio che Marie Curie porta sempre con sé, colorata di azzurro malva, piena di sali di radio puri, che emettono delle radiazioni che si vedono anche al buio, che affascinano e di cui ancora non si conosceva la pericolosità.

Rimane una vita incredibile, una mente unica, scoperte che hanno cambiato il mondo e una pietra miliare per tutte le donne che dopo di lei hanno voluto essere scienziate.

Di Marie Curie conosciamo le sue foto, la più famosa quella in cui è l’unica donna alla Conferenza della chimica e della fisica di Solvay nel 1927, poco distante da Albert Einstein, ma soprattutto rimane il suo lavoro e la strada tracciata.  Da vera amante della scienza non volle mai brevettare le sue scoperte ritenendo che dovessero essere a disposizione della comunità scientifica.

Anche questo è un passo verso la modernità e verso la libertà della scienza, quella stessa libertà che permise a sua figlia maggiore Irène Joliot-Curie di vincere a sua volta il premio Nobel nel 1935, a riprova che l’ambiente è importante, importanti sono le opportunità che si ricevono ed il movimento per incoraggiare le ragazze a studiare le STEM ha un grande valore, la scienza ha bisogno di donne coraggiose.

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