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Piccole donne: un musical da amare

Al Teatro Acacia di Napoli, la Compagnia dell’Alba ha portato in scena il musical ispirato al romanzo cult dell’americana Louisa May Alcott

Ci sono alcuni romanzi capaci di incantare intere generazioni di lettori, anche a distanza di secoli. Uno di questi è Piccole donne, lavoro dal taglio autobiografico, che Louisa May Alcott firma tra il 1868 e il 1869 (il testo venne pubblicato in due volumi che in alcuni paesi – come l’Italia – vengono ancora proposti come due romanzi distinti: Piccole donne e Piccole donne crescono). Piccole donne racconta la storia delle quattro sorelle March – Meg, Jo, Beth e Amy – alla prese con i piccoli grandi drammi (e le piccole grandi gioie) dell’esistenza. Sullo sfondo, la guerra civile americana che ha portato il loro padre, il reverendo Robert, ad allontanarsi dal nucleo familiare.

Il romanzo non è soltanto il racconto della crescita emotiva delle quattro sorelle, ma una riflessione delicata e profonda su cosa significhi trovare sé stessi in una società che impone ruoli e aspettative. Attraverso la quotidianità delle sorelle March e della loro madre, la Alcott mostra che la formazione non avviene solo nei grandi eventi, ma anche in quelli piccoli, nei sacrifici silenziosi, nelle scelte intime.

Il personaggio di Jo, in particolare, rappresenta una tensione ancora attuale: il desiderio di indipendenza femminile in contrasto con le convenzioni sociali. La sua aspirazione a scrivere e a costruirsi una vita autonoma rende il romanzo sorprendentemente moderno. Tuttavia, anche le altre sorelle incarnano percorsi diversi ma ugualmente legittimi, suggerendo che non esiste un unico modo “giusto” di essere donna.

Ciò che rende il romanzo così duraturo e così affascinante è la sua capacità di parlare di ambizione, amore, perdita e maturazione con semplicità e senza superficialità. Ancora oggi, Piccole donne ricorda che crescere significa accettare compromessi, affrontare delusioni e imparare a riconoscere il valore delle relazioni.

Una storia così profonda, ma al contempo così naturale nel suo svolgersi, è stata fonte di ispirazione per numerosi adattamenti sia teatrali che cinematografici; la prima produzione di Broadway di Piccole donne come lavoro di prosa risale al 1912, mentre il primo lungometraggio al 1917. Nel 1933 George Cukor ne firma un nuovo adattamento cinematografico con Katharine Hepburn nei panni della volitiva Jo. Diversi anni dopo, nel 1949, Mervyn Le Roy ne realizza il primo adattamento a colori (con Liz Taylor nel ruolo della vanitosa e determinata Amy). La televisione americana e inglese hanno curato diverse versioni (vale la pena ricordare anche lo sceneggiato italiano diretto nel 1955 da Anton Giulio Majano) mentre tra gli anni Settanta e Ottanta in Giappone la storia è stata più volte proposta sotto forma di anime.

Qualsiasi sia l’approccio artistico attraverso cui si è voluto leggere il romanzo, si è sempre riusciti a restituire l’essenza moderna di un testo trasversale, che parla direttamente al cuore. Per questo non stupisce che l’encomiabile lavoro portato in scena dell’affiatatissima Compagnia dell’Alba non tradisca lo spirito del testo originale ma, anzi, lo esalti. La genesi di questo spettacolo – sulle tavole italiane ormai da diversi anni – è molto particolare; nasce infatti come musical a Broadway nel 2005 su libretto di Allan Knee con musiche di Jason Howland e liriche di Mindi Dickstein.

Il lavoro, il cui debutto è al Virginia Theatre di New York, propone un’interessante idea drammaturgica: la storia viene raccontata come se nascesse dall’immaginazione di Jo, che trasforma la propria vita in racconto teatrale. Questa scelta rende il tema dell’autorialità (e della scrittura femminile) ancora più forte e incisiva rispetto al romanzo.

La Compagnia dell’Alba, realtà abruzzese specializzata in musical, grazie a uno speciale accordo siglato con il Music Theatre International, ha deciso di adattarlo per il pubblico italiano. L’intento non è solo quello di far rivivere nel Belpaese questo classico ottocentesco, ma soprattutto avvicinare giovani e famiglie al teatro musicale di qualità. E lo fa, come anticipato, egregiamente; le voci, i costumi, la scenografia tutto si amalgama in un meccanismo perfetto, trascinando gli spettatori in un vortice emotivo capace di tenere alta l’attenzione per tutte le due ore e mezza di spettacolo.

L’adattamento, a firma di Gianfranco Vergoni, è curato in ogni minimo dettaglio. Ogni oggetto ha una sua precisa funzione e un alto valore simbolico; su tutti, il colorato aquilone che Jo regala a Beth nell’intenso saluto che le due sorelle si scambiano (sui motivi di questo “addio” non si vogliono fare spoiler per chi non consce ancora il romanzo). I costumi di Alessia De Guglielmo ricalcano fedelmente i vestiti dell’epoca. La parte più affascinante è però la maestosa scenografia, curata da Gabriele Moreschi, perfetta riflessione della prospettiva onirica dell’adattamento.

Essa infatti rappresenta la soffitta dove le sorelle March vivono il loro quotidiano; ma la soffitta è anche la proiezione dell’interiorità di Jo, la sorella a cui i lettori e gli spettatori si sentono più affini. La sua è una femminilità complessa, estremamente moderna, ricca di contraddizioni. Il suo è uno spirito libero, spregiudicato, desideroso di un’autonomia intellettuale ed economica che sembra essere ancor oggi un miraggio per molte donne. La soffitta di Moreschi, nel suo strutturato disordine, risponde pienamente alle esigenze di questo personaggio vivo e palpitante, interpretato in maniera magistrale dalla vivace Edilge Di Stefano.

Significativa la scelta di porre la scrivania dell’aspirante scrittrice nel punto più alto di questa complessa architettura: questo definisce lo status autoriale di Jo, la “madre creativa” di tutti i personaggi in scena (va ricordato che, nel romanzo, Jo è l’alter ego della Alcott). Di fondamentale importanza il velo nero che divide il palcoscenico dal proscenio; il suo alzarsi e calarsi consente agli interpreti di muoversi in uno spazio temporale e geografico ibrido.

Dolcemente romantica è Meg (Alberta Cipriani), la sorella maggiore, che durante un ballo si innamora del tutore John Brooke (Gabriele de Guglielmo che guida anche la direzione musicale) – molto intensi i loro confronti d’amore – con il quale formerà una splendida famiglia. A tratti antipatica ma affascinante Amy (Mariachiara Immarino), l’unica delle sorelle a mostrare concretamente il passaggio da bambina a donna; tutto merito dell’interprete, che rende la trasformazione del personaggio credibile. Notevole è anche Margherita Rebeggiani che veste i panni della dolce e buona Beth. Menzione speciale alla bravissima Sabrina Marciano nel panni di mamma March (voce davvero incantevole) e alla travolgente Antonella Morea, impegnata nel ruolo della zia. L’attrice napoletana, oltre a dare nuovamente prova delle sue abilità canore che impressionarono il maestro Roberto De Simone, dà corpo a una figura ironica e sagace che ricalca – anche attraverso alcune battute – il suo personaggio social della mamma di casa Surace (come quando dice “Questa soffitta deve prendere aria!”).

Se le presenze femminili sono numericamente superiori, i personaggi maschili non mancano e la loro presenza è necessaria a creare (e allo stesso tempo distruggere) gli equilibri della famiglia. Su tutti l’impulsivo Laurie (interpretato dal brillante Filippo Di Menno) la cui comparsa avrà degli effetti significativi sui percorsi emotivi di due sorelle in particolare. Molto incisiva l’interpretazione di Igino Massei che veste i panni del (finto) burbero signor Laurence. Fabrizio Angelini, che cura anche le coreografie e la regia, interpreta il mite professore Bhaer, uomo colto, dalle modeste economie, un po’ noioso ma profondamente legato a Jo, donna che stima e rispetta.

La Compagnia dell’Alba è l’esempio di un gruppo di lavoro coeso, in cui ogni interpretazione è funzionale al perfetto funzionamento della messa in scena. Non resta che sperare che la Compagnia continui a portare in scena Piccole donne e affrontare altri coinvolgenti progetti. E al pubblico non resterà che seguire questo team travolgente capace di portare le folli atmosfere di Broadway anche in Italia.

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Piccole donne basato sul romanzo di Louisa May Alcott – versione italiana: Gianfranco Vergoni – libretto: Allan Knee – Regia e coreografie: Fabrizio Angelini – Con: Jo (Edilge Di Stefano); Meg (Alberta Cipriani); Beth (Margherita Rebeggiani); Amy (Mariachiara Immarino); Laurie (Filippo Di Menno); mamy March (Sabrina Marciano); Fitz Bhaer (Fabrizio Angelini); Mr Laurence (Igino Massei); zia March (Antonella Morea) – musiche di Jason Howland – liriche: Mindi Dickstein -i – scene: Gabriele Moreschi- costumi: Alessia de Guglielmo – light designer: Valerio Tiberi – sound designer: Alberto Soraci – acting coach: Manuela Mandracchia – direzione musicale: Gabriele de Guglielmo – – Teatro Acacia di Napoli – 28 febbraio e 1° marzo 2026

Foto: ©Giuseppe Santamaria

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