di Giorgia Leuratti

 


Nello spazio scuro, un uomo e il suo cappello; nel silenzio il lieve trambusto delle sue scarpe laccate, poi l’inizio di una storia antica, il tentativo di ricostruirne le tappe, le immagini.

E’ “Novecento” di Alessandro Baricco, interpretato dalla regia di Pablo Maximo Taddei ad occupare la scena del Teatro degli Audaci di Roma fino al 28 Giugno 2020.

Veicolato dall’utilizzo di un inatteso dialetto siciliano, Tim Tooney (Flavio De Paola) si improvvisa narratore, i suoi passi attraversano il proscenio muovendosi forse troppo frettolosi in tutta la sua scura ampiezza.

Solo due bauli sembrano abitarne la superficie, accompagnati da altrettanti appendiabiti posizionati sul fondale come punto d’appoggio per cappelli e giacche sgargianti eppure è proprio la quasi invisibile presenza di un grande supporto nero, a favorire il cambio di prospettiva dell’interprete che, innalzando il suo punto d’osservazione non perde mai di vista il contatto visivo con il pubblico.

Definito dal suo autore come via di mezzo tra «una vera messa in scena e un racconto da leggere ad alta voce» il testo di Baricco sembra qui perdere parte della sua vocazione immaginifica piegandosi ad una comicità che, di certo lontana dall’idea d’origine, non riesce a rappresentarne forse una valida alternativa.

Indissolubilmente legato alla sua componente polifonica, la stessa che esorta l’attore a arrischiarsi nel difficile compito di rappresentare il punto di convergenza tra diverse inclinazioni vocali; il testo risulta invece oscillare tra il cabaret e il racconto dell’orrore: laddove il personaggio, tra travestimenti e lustrini, procede nella sua accesa narrazione, a lui subentra presto una voce fuoricampo che ne vorrebbe rappresentarne l’eco sinistro.

Il jazz, il mare, l’elemento surreale di un Danny Boodman T.D. Lemon Novecento, come bizzarro oggetto di narrazione; nessuno dei punti tematici proposti dal testo d’origine sembra mancare nella rappresentazione, eppure nell’articolazione della messa in scena, nella vivida espressività del personaggio, qualcosa di trasversale sembra opporsi alla restituzione di quel sentimento parimenti nostalgico e spiazzante che alberga nella scrittura iniziale.

Il suono di un pianoforte, lo scroscio del mare, poi un fumogeno rosso come metafora dello scoppio finale; gli elementi non mancano, a farlo è forse un cucchiaio che li amalgami, che li connetta nella loro rete invisibile.

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