di Mario Claudio Cesario

 

La tragedia comica scritta da Massimo Andrei e interpretata da Lunetta Savino, in pole position per la riapertura dei teatri.

 

“Non farmi perdere tempo” potrebbe essere un monito verso chi si occupa di spettacolo e di teatro solo per lavoro e non perché ha mai respirato il profumo di un palcoscenico. Ma in questo caso è il titolo dell’ultima opera teatrale scritta e diretta da Massimo Andrei con Lunetta Savino. Il debutto nazionale è avvenuto il 27 Giugno 2019, con il tutto esaurito al botteghino. Trattasi di una tragi-commedia, che vede Tina, una ragazza dinamica e propositiva, nonostante sia affetta dalla Sindrome di Werner, affrontare il quotidiano con positività senza mai arrendersi. Tina si accorge che “chi ha tempo non deve aspettare tempo” e affronta senza paura situazioni che prima non aveva voluto vedere, ma ora non vuole avere rimorsi, per cui il personaggio interpretato da Lunetta Savino ha un unico motore che la spinge a camminare come un treno, la fantasia.

La protagonista riesce in questo modo a velare ogni tragedia con una sottile ironia, accompagnandosi con le magiche note di una fisarmonica suonata da Eduarda Iscaro. Lo spazio scenico è delimitato, tutto si svolge nelle scale di un palazzo, in strada, in uno studio medicoe negli interni dell’appartamento di Tina. La sagace penna di Massimo Andrei è però in grado di portare lo spettatore oltre un delimitato spazio, poiché, la sua anima sensibile e poliedrica, non gli crea confini intorno. “Non farmi perdere tempo” è un inno al coraggio, attraverso quest’opera, il regista, è quanto mai attuale, poiché invita a non appiattire la mente, nonostante la chiusura forzata che delimita i movimenti. É uno spettacolo drammatico che con garbata ironia, commuove.

L’autore, come un gran compositore, bilancia le armonie della vita, tocca il tema della famiglia e del suo complicato mondo, talvolta nascosto agli altri. Una famiglia, che ha lasciato Tina nella solitudine di un fragile mondo. Lunetta Savino, professionista dal carattere energico e vivo, dona al suo personaggio concretezza, rendendola vera, confluendo all’ottima riuscita di questo spettacolo, diretto magistralmente dall’estroso Massimo Andrei. Segue un’intervista che non basterà a raccontare il bagaglio culturale di questo grande regista, attore, scrittore e drammaturgo. Respirando teatro a Parigi con gli assistenti di Peter Brook, Habib Nagmouchi, Monica Pagnieux e il mimo Michele Monetta. È stato diretto dai registi teatrali Giancarlo Cobelli, Antonio Calenda, Livio Galassi, Pierpaolo Sepe.

È partito per lunghe tournèe con Ernesto Calindri, Rino Marcelli e Carlo Giuffrè, fino a diventare un contributore della Nuova Drammaturgia Napoletana. Da Eugenio Barba, Mario Scarpetta a Vincenzo Salemme che lo scritturano come attore. È autore di testi musicali per Peppe Barra, Nicola Piovani e Germano Mazzocchetti. Scrive e dirige spot pubblicitari i cui protagonisti sono Gigi D’Alessio e Alessandro Siani. Tra le sue opere più belle vi è “Mater Natura”, con il quale vince il Premio della Settimana Internazionale della Critica, il Premio del Pubblico, il Premio ISVEMA e il Premio FEDIC alla 62esima Mostra del Cinema di Venezia. Massimo Andrei è tutto questo, ma è anche una delle bandiere per i Diritti dell’Infanzia. Ha infatti scritto “Fiabe e diritti”, sette storie per raccontare i sette diritti dei bambini, comunicando attraverso parole semplici, concetti da grandi. Sublimando l’uomo attraverso l’artista.

 

“Non farmi perdere tempo” ha dei rimandi al capolavoro di Pirandello: “L’uomo dal fiore in bocca”. Che relazione c’è tra i due?

La relazione è la preziosità del tempo. L’opera mia la contiene già nel titolo, questa questione: “Non farmi perdere tempo”, più chiaro di cosi?! Noi abbiamo un certo tempo a disposizione che immaginiamo sia sempre più lungo di quello che in realtà è. Chi è malato invece sa che c’è un limite maggiore rispetto agli altri; poi magari guarisci, poi magari le previsioni non sono così funeste, ma tu sai che c’è un limite ed è il tempo. Quindi il tempo che ci rimane è prezioso, la preziosità del tempo e quindi gustiamoci ogni momento senza perderne uno. É cosi ben descritta ne “L’uomo dal fiore in bocca”, che gusta anche il tatto del commesso che tocca la carta da regalo e così nella storia che ho raccontato io. Lei non vuole buttare niente di quello che ha a disposizione.

 

 Il personaggio interpretato da Lunetta Savino, usa la fantasia come motore di forza verso una inevitabile fine, che la riporta alla realtà. Cos’è per te la fantasia e cos’è la realtà?

Il personaggio è Tina e usa la fantasia perché, riempie con questa dimensione meravigliosa che è la fantasia i suoi spazi e i suoi tempi. Anzi, più che riempire, aumenta rispetto a ciò che è reale: noi abbiamo un mondo davanti agli occhi, davanti ai nostri sensi che è quello che ci viene propinato, quello che accade realmente. La fantasia è ciò che noi vorremmo che ci fosse in più, il modo in cui la guardiamo, ciò che noi aggiungiamo di più, che possono essere i colori, che possono essere i suoni, le tinte, le stronzate, le follie, che noi vorremmo ci fossero in più a quella che è la realtà; che talvolta è dura, talvolta è cruda, che talvolta è grigia e noi mettiamo questa nostra pennellata: la fantasia, che è cugina dell’immaginazione… l’immaginazione pure è bella.

 

 Quanto conta il mondo femminile per Massimo Andrei, visto che molte delle sue opere hanno come protagonista le donne?

Conta molto il mondo femminile per me, perché paradossalmente, io che non sono femmina, lo vedo più semplice. Potrebbe essere che non lo conosca bene perché non sono femmina? Non è così! Conosco meglio quello, che il mio di appartenenza, perché in realtà io vedo la femmina a volte estrema, parlo di femmina, ma intendo dire la donna no?! Per me il vocabolo intende anche e soprattutto la parte carnale, la parte umorale, la parte umana, non solo il mondo, perché dire “donna” è dire un mondo, quindi io dico anche femmina. Eppure il mondo femminile secondo me, anche se è estremo, si allunga in grandi dolori, talvolta in ipersensibilità, però io lo leggo più facilmente, per me è più comprensibile, io so come toccarlo, come metterci le mani, come studiarlo, soprattutto come raccontarlo. Del maschio io non ho capito niente, ancora adesso. È fragile sicuramente, è forte sicuramente… ehm…cioè sono io, praticamente. Però non ho capito niente ancora bene, perché è tutto più silente, più strano, più misterioso. Si aspetterebbero molti che io dicessi il contrario, cioè che la femmina è un mondo misterioso, invece io penso proprio il contrario, io la trovo più semplice, più diretta, più comprensibile, forse perché sono uscito da una femmina e sono cresciuto con una femmina e quindi ho capito certe cose. Con gli uomini ho avuto difficoltà a comprendere… compreso me.

 

 Quanto e cosa hai rubato ai maestri di scena con i quali ti sei interfacciato?

 Rubato è un termine che non mi piace, perché in molti casi i maestri con cui mi sono interfacciato ci hanno fatto dono delle loro esperienze, delle loro capacità, dei loro difetti, dei loro tic, dei loro tempi comici o drammatici, delle loro sospensioni… ci hanno fatto dono e quando parlo al plurale intendo dire quelli che stavano affianco a loro in scena. Quindi noi abbiamo appreso, noi abbiamo guardato, io in quinta, da ragazzo, mi sono molto emozionato a guardare, a sentire, a percepire gli attori più famosi, gli attori capocomici che in quel momento avevano il proscenio, avevano una ribalta. Io li guardavo ogni sera, dalla quinta, quando non toccava a me, stavo nascosto lì nel buio e guardavo, apprendevo. Poi le cose più belle che ho fatto hanno sempre un riferimento ad un attore, ad un regista più vecchio di me che è passato sul mio cammino prima di me. Ci sono tanti bei nomi che sicuramente se li elenco mi scordo qualcuno e quindi si prendono collera, però uno di questi per esempio in scena è stato Carlo Giuffré, con cui ho diviso tanti anni di palcoscenico. Adesso é morto perciò lo posso dire, senza che tolga nulla a quelli che non nomino, perché la maggior parte sono vivi, ma ce ne sono alcuni ancora grandi della commedia, del dolore, di una lingua nuova come Enzo Moscato che mi ha dato il piacere di suonare la parola, cioè lui scrive una parola che più che recitabile è una parola cantabile, un suono messo insieme sintatticamente… Questa è una cosa che mi piace molto percorrere in scena: il suono, la parola non cantata, ma suonata. Poi ce ne sono altri importanti, di maestri, tutti ci hanno fatto dono di qualcosa.

 

 Lo scrittore Massimo Andrei, da cosa trae ispirazione?

Più che scrittore io tendo a fare il drammaturgo, poi il regista e talvolta anche lo storyteller dei cunti e delle fiabe che scrivo, delle storie. Ma fondamentalmente nella mia drammaturgia c’è tanta vita vissuta e quindi l’ispirazione è sempre la vita che curiosamente guardo mentre guido, guardo sui marciapiedi laterali, al semaforo, quindi i comportamenti. Oppure quando prendo un mezzo pubblico e vedo come una madre fa sedere sulla sua coscia una bambina, secondo me, troppo grande per essere sulla coscia della madre, può stare anche in piedi, penso… e quindi mi faccio tutto un film sul rapporto tra una madre troppo possessiva su una figlia di dieci anni. Piuttosto che al ristorante, due fidanzati che non si parlano tanto, mangiano però usano molto lo smartphone e quindi capisco il tipo di dialogo, o meglio, di non dialogo che c’è tra di loro. La vita, la vita è l’spirazione mia, continuamente. Il bancomat dove ogni tanto vado a prendere contanti, il contante che mi serve è la vita vissuta.

 

 “Fiabe e diritti”, come nasce l’incontro con l’authority del Garante dell’Infanzia?

   Io mi occupo da molto tempo di fiabe, di cunti, raccolgo storie che le vecchie di paesi dove vado a comprare le castagne, piuttosto a comprare il vino nel beneventano, mi raccontano. I cunti di tradizioni che ho sentito da mia nonna, oppure da altri. Quindi mi piace raccontarli poi nella mia lingua napoletana oppure in italiano ma comunque la fiaba mi è sempre appartenuta. E un giorno, il Garante per i Diritti dei minori a livello nazionale, curioso e divertito dal mio raccontare, soprattutto dal mio creare fiabe originali, mi disse: “Perché non cerchi di raccontare con delle fiabe i diritti ai bambini sotto i dieci anni?” e quindi dissi: “Ma quanti diritti ci sono? Sono troppi i diritti, saranno troppe fiabe”, dice: “No, scegline alcuni e quindi fai… tot fiabe tot diritti” … e quindi nacque “Sette fiabe per sette diritti”. Mi sembrava già sufficiente se un bambino sotto i dieci anni capisca, divertendosi, che cosa significa il Diritto alla salute o il Diritto a vivere con i propri genitori o capisca che ha un Diritto all’istruzione, lui ha Diritto al gioco, ha il Diritto all’opinione. Più o meno questi sono i diritti che avevo scelto.   

 

 Ci avviamo ad una lenta ripartenza. Che progetti ha il Massimo artista?

La ripartenza o lenta o veloce che sarà una volta avviata la prima marcia, non lo sappiamo, ma sicuramente ci sarà, perché il teatro non può venire meno, il teatro non può mollare mai, l’umanità è sopravvissuta a catastrofi, dicono anche peggiori di questa pandemia cosi planetaria, non lo so, però il teatro è sopravvissuto. Quindi quando il teatro dopo la pandemia riprenderà, noi saremo pronti a fare il nostro dovere di buffoni, di ipocriti, come dicevano i greci e di lavoro in scena. Naturalmente questo periodo mi ha portato a scrivere di più, quindi più drammaturgia, quindi più sceneggiatura, quindi più racconti per l’editoria e altre cose. Questi lavori scritti, appena si riprenderà, diventeranno poi prodotti, per la scena. Per l’editoria già uno lo è diventato durante, ma un altro è pronto. Per il set vediamo ma riprenderò immediatamente le due regie fermate prima del debutto quando ci sono state le restrizioni e continuerò a scrivere storie… a me piace scrivere storie!

 

 “Non farmi perdere tempo” è un inno al coraggio. Massimo Andrei che messaggio dà ai giovani provati da questo buio periodo?

Il coraggio è un ingrediente che bisogna sempre mettere, in tutte le operazioni che si fanno, come nella cucina, alla fine o durante mettiamo sempre il pizzico di sale, in tutte le operazioni che facciamo ci vuole il pizzico di coraggio. Quel minimo di irriverenza, di follia anche la chiamerei, anche di non pensare a tante o a tutte le problematiche o ai problemi che ne scaturiscono dal lanciarsi, non tutte, quelle pericolosissime bisogna pensarci, ma poi il resto bisogna avere il coraggio e quindi forza. Un pizzico ce ne vuole sempre, come ingrediente. Poi io penso che un messaggio a chi intraprende, a chi sta studiando, a chi sta preparandosi e si sta formando, soprattutto chi vuole aver a che fare con la scena, è quello di essere attentissimo a ciò che ci circonda e non ripetere studi o ripetere formule che sono state degli anni scori. La pandemia ha sdoganato dei media importanti, che forse esistevano ma erano più lenti, tipo la telecomunicazione, la teleconferenza; attenzione a queste cose, l’arte deve seguire sempre l’aggiornamento della civiltà. I media, adesso si chiamano media, ma in realtà sono le forme espressive, no!? Se noi pensiamo che c’è gente che ha fatto il teatro prima del cinema, poi è arrivato il cinema e c’è gente che ha speso, ha imparato, ha creduto in questa forma che è nata solamente cento anni fa. Poi c’è la web graphic, che secondo me è un mondo meraviglioso e c’è gente che si impegna, sogna, lavora su questo e… primm nun ce stev’ ‘a web grafic, come dire… cosi anche tanti altri, tipo penso sempre agli effetti speciali, quella è arte naturalmente e quindi un giovane non deve pensare alla scena teatrale come la pensava un giovane attore del 1800 o del 1900. Adesso siamo in un altro secolo e quindi deve pensare in base a tutte queste cose anche se la scena, nello specifico teatrale, vuole sempre, prima di tutto un attore con un corpo e una voce e basta questo, per poter intrattenere. Come diceva Stanislavskij: “Il teatro è l’attore, il resto può anche non esserci” … ma, non sono sicuro che l’abbia detto Stanislavskij, diciamo che l’ho detto io, poi se me lo ha suggerito Stanislavskij è meglio, ma io così la penso, il teatro è l’attore, corpo, voce.          

 

 Massimo, che cos’è per te il teatro

Sempre l’arte più completa. Dentro c’è la musica, dentro c’è il corpo, dentro c’è il movimento, la danza, la pittura, la scenografia, l’architettura, che è un’arte no?!, Dentro c’è il costume, dentro c’è le luci, la fotografia ricreata in scena, quella scena illuminata in un certo modo, tutte le arti dentro. Credo che è uno degli spettacoli dal vivo più completi, forse non ce n’è nessuno perché gli altri pure si fanno dal vivo, tipo la musica e la danza, ma non hanno la recitazione o la testualità cosi completa, la danza non ha la parola. Quindi credo che il teatro e la forma scenica sia proprio la forma espressiva artistica più completa. Ce anche il cinema naturalmente che ha anche più cose, però il cinema è fatto da uno schermo rispetto a delle persone vive che guardano lo schermo, invece il teatro è persone vive che guardano altre persone vive, quindi real to real, è così il rapporto, la proporzione. Poi il teatro vincerà sempre perché può ridursi anche ad un uomo che racconta ad altri uomini, tipo la fiaba, cosi è nato il teatro in Grecia anticamente, ma è sempre una bella cosa, è sempre un gruppo di persone che si raccoglie davanti ad un’idea, per sentire un progetto, per sentire una storia, per sentire un lamento, per sentire un dolore, per sentire qualcosa, quindi la riunione teatrale è sempre un grane esperimento.    

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