di Giorgia Leuratti

 

NEVE DI CARTA

 

Dapprima una pizzica, danza festosa tra sposi, poi l’ombra inquieta e nitida d’un silenzio. E’ la litote angosciante tra vita e morte ad aprire “Neve di carta”, opera di Letizia Russo che, presente da ieri al Teatro Argot Studio, rimarrà in scena fino a Domenica 29 Settembre.

Lei è di spalle, la testa fra le mani, sulla schiena una convulsione, repentina si avverte la scossa d’un fremito.

Sembra abitare lui uno spazio diverso, seduto su una sedia invoca la luna, mangia, mastica, ricorda: s’accatastano le immagini, si raggrumano l’una con l’altra: “Mamma che freddo adesso”.

Ed ecco che un buio profondo avvolge la scena, un buio popolato da grida, abitato da altre presenze: il richiamo degli ulivi, la sigaretta interrotta, il lento scendere di una neve grigia.

Quella neve non è neve, i suoi fiocchi “disegnano sorrisi prima di scendere sulla terra”; dove la contorsione di Gemma procede in penombra, le orbite di Bernardino si spalancano, deformate da un subitaneo stupore.

Quella neve è carta, quella neve è foglio, brandello di una lettera “morsa e strappata dal fuoco”; iterato sulla tenacia del dolore, il carteggio rivela il suo destinatario: “Caro bernardino”.

Una richiesta, un’invocazione, gemito proveniente da un mondo alla rovescia, quel mondo che “leva i rami secchi dall’anima”, che inverte “lu jurn co’ la nott’ ”: “vienimi a prendere!”

Il suolo è coperto di carta, l’urgenza si alterna al ricordo in un compulsivo divincolarsi di sensi: mentre in manicomio “gli occhi di tutti dormono”, Gemma ricorda i respiri, mentre i piedi di Bernardo si muovono, un sasso lo colpisce alla testa: gli strazi sono ora paralleli.

La sposa ha occhi cerchiati di scuro, con mani di pece accarezza il viso dello sposo, lo sporca: stagliati sui pilastri plumbei, sono ora spalle contro spalle, mano nella mano: dimenticano il figlio mai arrivato, il tempo deformante, la casa che cura le anime, il fango delle menti.

Sono immagini maciullate dalla sofferenza, quelle evocate da Elisa Di Eusanio e Andrea Lolli: espressione lei di un’intensità verace, sanguigna, in egual modo intima e cruda; la mimica di lui procede su ritmi ed ipnotismi cosi vorticosi da ingabbiare i nostri occhi su quel lembo di proscenio.

Liberamente ispirato al libro di Annacarla Valeriano “Ammalò di testa – storie dal manicomio di Teramo” e diretto da Elisa Di Eusanio e Daniele Muratore, lo spettacolo affonda le radici nell’ottocento abruzzese, dove la simultaneità di tempi riesce ad armonizzarsi con il mutamento repentino degli spazi: l’opera si muove anche quando sta ferma, urla anche dove scende il silenzio.

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