di Raffaella Bonsignori

 

All’Ambra Jovinelli è in scena, dal 26 dicembre al 2 gennaio, Mine Vaganti di Ferzan Ozpetek, che ne cura anche la regia, con Francesco Pannofino, Iaia Forte, Erasmo Genzini, Carmine Recano, Simona Marchini, Roberta Astuti, Sarah Falanga, Mimma Lovoi, Francesco Maggi, Edoardo Purgatori e Luca Pantini (sostituito da Arturo Muselli).

Mine Vaganti è stato un film molto toccante, per me, e l’idea di andare ad assistere ad una sua riduzione teatrale mi spaventava un po’, non lo nego. Paura infondata. La poesia di Ozpetek non risulta scalfita dalla minore possibilità, per la vicenda, di espandersi nel tempo e nello spazio.

È la storia di Tommaso e della sua famiglia, una storia di silenzi e di affetti, di paure e di ostacoli, ma anche di amore, come la migliore tradizione letteraria sull’argomento ci insegna, dalla Natalia Ginzburg di Lessico famigliare alla Edith Wharton di Uno sguardo indietro, dalla Nadine Gordimer di Storia di mio figlio alla Marguerite Yourcenar di Archivi del Nord.

In Ozpetek, però, la famiglia-culla e la famiglia-prigione coesistono prepotentemente e vengono disegnate con una profondità emotiva davvero unica, con grande acume psicologico e con una pregevole ironia, che rende vivo e vero ogni passaggio delle sue storie; un’ironia che chiama il fruitore del messaggio artistico all’interno della vicenda, tirando fuori dalla sua intimità taciuta tante cose da dire, perché quando, in una storia, percepiamo il lato serio e quello faceto, ci sentiamo maggiormente disposti a metterci in gioco, a trovare similitudini e disuguaglianze con i personaggi, ad essere noi stessi, a partecipare. Ed è questo il gioco del cinema e, ancor più, del teatro: partecipare.

Proprio in quest’ottica si entra subito nel vivo della storia con Tommaso che è seduto sul palco e osserva gli spettatori finire di accomodarsi. Quando si abbassano le luci inizia a parlare. Sipario chiuso alle sue spalle. Parla di ricordi. Prospetta un viaggio nella memoria. Il primo ricordo è per il suo Marco. Lo spettacolo, dunque, si apre all’insegna dell’amore. Commuove sempre tanta attenzione al mondo emotivo. Ed è qui che si leva il sipario.

La scena è minimalista. Si gioca con i veli. Un tema ricorrente, in Ozpetek. Il velo consente di intravedere la realtà, sfiorando ciò che all’occhio è negato, ma che la sensibilità sa cogliere, proprio come accade quando si percorrono i corridoi emotivi. Anche l’abito di Alba è fatto di veli, fino a che restano sospesi alcuni pensieri. E si gioca con le luci, quelle in sala e quelle in scena; persino il lampadario si alza e si abbassa, sottolineando, a volte, il piano della conversazione, sempre in bilico tra razionalità ed emotività.

La presentazione della famiglia è volutamente acre: spariti i veli, i personaggi appaiono in una scatola bianca dai muri disadorni, che, al pari delle parole, ci racconta chi sono. Tornano i veli quando entra in scena il padre e, da quel momento, faranno parte della pièce; uno di essi cadrà in terra con lui. Chi ha visto il film sa perché, gli altri lo scopriranno. Ma non è un caso che la nostra lingua ci regali un verbo come disvelare.

Il padre  – ci insegna la psicanalisi –  è simbolo dell’organizzazione psichica individuale, rappresenta la legge che impedisce l’incesto edipico, l’unione, anche identificativa, con la madre. È inevitabile che sia la figura più temibile rispetto allo sbocciare della nostra natura, dei nostri desideri, della forma del nostro amore. A volte, le sue istanze censorie affogano nell’ipocrisia, nel perbenismo più bieco, nella cecità sentimentale. Ozpetek racconta con grazia sublime sia la difficoltà di interagire con un padre chiuso nel proprio rifiuto dell’omosessualità, con una famiglia costruita all’interno dei propri inviolabili schemi lavorativi, relazionali, culturali, sociali, sia l’involontaria comicità di certi atteggiamenti piccolo-borghesi. Per Tommaso, il protagonista di questa storia, l’outing diventa un sistema per appropriarsi dell’esistenza che gli spetta sotto tutti i profili; attraverso l’outing spera di essere cacciato di casa, di uscire dal sistema di gabbie concentriche  – famiglia, pastificio, paese –  e di poter trovare finalmente la propria dimensione di vita. Ma non ha fatto i conti con il fratello, che lo precede, liberandosi per primo, liberandosi da solo.

I paesaggi interiori tipici di Ozpetek richiedono grande maestria nell’interpretazione: bisogna saper recitare due ruoli contemporaneamente, la maschera e l’uomo, la vita per gli altri e la vita per se stessi con il conflitto che ne consegue, con la lacerazione interiore. In questo caso, inoltre, c’è un precedente cinematografico che pesa molto, con grandi interpreti, tutti capaci di un’intonatissima coralità. È una difficile eredità quella raccolta dagli attori che stanno portando in scena questa pièce.

Ci sono momenti di buona recitazione ed altri in cui si procede un po’ troppo di maniera, con accenti e gesti visti e rivisti nella commedia dialettale Novecentesca.

Carmine Recano mi è piaciuto molto. È l’unico che ha partecipato anche al film, sebbene qui non interpreti più Marco, ma Antonio, il fratello di Tommaso. Mi è piaciuto come approfondisce il personaggio. Lo si segue bene. Nella sua rivelazione, forse, corre un po’ troppo. Anche lo scontro tra i fratelli emoziona. Bravissimi entrambi. Caratteri diversi per due anime impantanate nello stesso fango di parole non dette, di finzioni forzate, che ricordano il sommerso mondo di acredini de La Famiglia di Ettore Scola.

Ottimo incontro di comunicazione verbale e di mimica per Mimma Lovoi nel ruolo della cameriera, e autografo da mattatore per Pannofino nel ruolo di Vincenzo.

La nonna, la mina vagante, che nel film è stata interpretata da Ilaria Occhini, sul palcoscenico ha il volto di Simona Marchini. Brava, ma non entusiasma. Un po’ troppo statica; a volte assente anche quando presente, si guarda intorno più da spettatrice che da interprete, e i suoi discorsi più profondi si concludono senza quella spinta che dalle orecchie fa scendere le parole nel cuore di chi ascolta. Mancano i silenziosi sorrisi sapienti che il testo sembra tratteggiare. Anche una delle sue frasi chiave cui sono maggiormente affezionata  – «Normalità … che brutta parola!» –  viene pronunciata con un’enfasi che si perde in chiusura. La sua saggezza è più raccontata che introiettata e trasmessa. «Gli amori impossibili non finiscono mai. Sono quelli che durano per sempre» confida ad Alba; ma lo fa senza il peso che ognuna di quelle parole meriterebbe. Sono scritte con lo scalpello, infatti, e la loro anima di marmo andrebbe enfatizzata: il susseguirsi di due modi contrastanti per esprimere lo stesso concetto (non finiscono mai e durano per sempre), è un rafforzativo, un po’ come la «cana eternità» del Belli. Sono parole che dovrebbero sprofondare nell’anima e non lasciarla più, proprio come l’amore impossibile.

Tutto ciò non priva la Marchini di momenti intensi, ovviamente, come quelli allo specchio della toletta: scelta registica felice, che richiama il gioco di riflessi racchiuso nel perenne confronto tra essere e apparire.

Erasmo Genzini interpreta Tommaso, si misura con un personaggio che, più di tutti gli altri, deve dar voce al silenzio attraverso lo sguardo, la mimica, la calibrazione dei movimenti. Non è facile, ma ci riesce; a volte più a volte meno, certo. Il risultato finale, però, convince.

La storia aiuta tutti, di sicuro. È bella. È emozionante. È autentica.

Le dinamiche familiari sono sempre estremamente complesse, forse perché famiglia non è semplicemente un nucleo di persone, ma un forziere che contiene la mappa della memoria; è una danza antica che cela affetti e contese. La famiglia è un castello turrito dalle pareti a volte invalicabili ed è una lente di ingrandimento attraverso la quale guardare noi stessi, consapevoli dell’altezza di quelle pareti; è un gioco di gerghi e di silenzi. E Ozpetek è sempre in ascolto del silenzio: nei suoi film, nel suo teatro, nei suoi libri ne trasmette le vibrazioni pregne di significati.

Il silenzio è spesso assimilato alla notte, alle tenebre. Il buio dantesco e «d’ogne luce muto» e la selva oscura è là «dove il sol tace». Anche il silenzio di Ozpetek nasce dal buio; un buio interiore in cui la luce, a causa della costrizione ambientale, non filtra se non quando la scelta si fa urgente e supera la paura. Lo sottolineano anche le luci a teatro. «Su ciò di cui non si può parlare si deve tacere» scrisse Wittegstein. Non è sempre così, per fortuna. In quest’opera Ozpetek valica efficacemente l’impervio ostacolo di ciò che alcuni ritengono non conveniente dire, di ciò che potrebbero non voler ascoltare: la mina vagante scompagina la realtà, accende la luce nel buio, dà parola al silenzio e lo fa ironizzando finemente sull’ipocrisia di una certa società. «È più faticoso stare zitti che dire quello che si pensa», dichiara la zia Luciana del film.

E quando il silenzio parla ne ha di cose da dire! L’amore ha mille sfaccettature e Mine Vaganti le tocca tutte: l’omosessualità nascosta a forza, che soffoca l’anima; la sensualità emozionante, che non ha sesso ma solo sentimento e che stringe Marco e Tommaso, così come Tommaso e Alba; l’amore impossibile, quello che non finisce mai, come confessa la nonna. Già … L’amore impossibile. A volte amare è difficile e affascinante. Capita che ci faccia soffrire e, allo stesso tempo, ci faccia sorridere, come funamboli incoscienti, sospesi su un vuoto che possiamo chiamare libertà di esistere.

Ozpetek è un poeta della fragilità, degli esseri umani fatti di cristallo «così trasparenti e luminosi, ma difficili da maneggiare», e, al contempo, è il poeta della forza, della volontà d’essere se stessi sempre, della curiosità e dell’ironia per tutto ciò che si incontra sulla strada della vita.

Mine Vaganti usa la morte per insegnare il coraggio di vivere, trovando espressione pura nella parola. Dio, quanto amo le parole!

Tommaso è uno scrittore. Il suo primo romanzo è stato appena rifiutato da una casa editrice, ma non ha importanza. Non si diventa scrittori solo quando i libri vengono pubblicati. Scrivere è un moto dell’anima, perché la parola è creazione. Adamo sceglie i nomi, ci racconta la Bibbia, e fa esistere gli animali. Anche la Rosa di Bernardo di Cluny e di Umberto Eco è legata al suo nome, e così quella di Shakespeare, sebbene, in un caso, la caducità prevalga sull’eternità ed il nome resti il vuoto involucro di ciò che non è più, e, nell’altro caso, il fiore, la vita, superi il nome che lo ha distinto: «Quella che chiamiamo rosa non cesserebbe d’avere il suo profumo dolce se la chiamassimo con altro nome». Ebbene, a Tommaso sarà affidato, infine, il compito di scrivere la storia della sua famiglia, di disvelare le verità nascoste, di dare loro un nome, facendole esistere, abbattendo le barriere soffocanti che le hanno sempre rinchiuse nell’ombra muta di dantesca memoria. Perché verità è libertà; verità è amore. Sembra questo il messaggio. Ma, forse, è errato parlare di verità. Cos’è la verità? Un inconoscibile Leviatano che abita le profondità oceaniche in un mondo di cui gli uomini sono solo in parte padroni. Nessuno di noi conosce la verità. O, meglio, ognuno di noi ne ha una. Siamo come i ciechi che descrivono l’elefante in una famosa parabola buddista. Parziali. Sarebbe più coerente parlare di sincerità. Quando diciamo la nostra verità siamo sinceri; potremmo essere in errore, certo, ma non verrebbe meno la purezza del nostro intento. Essere sinceri ci rende liberi. Essere sinceri è un atto d’amore, qualunque cosa venga detta, perché l’amore è donarsi e non si può donare se stessi se ci si nasconde. Ozpetek lo sa. Lo sa e lo dice con grande poesia in un breve dialogo la cui intensità non è minimamente intaccata dal sorriso che pur produce:

«Quanto sei brutta!» esclama la nonna.

«Anche io le voglio bene, signora» replica la cameriera.

Come nel film, anche sul palcoscenico si alternano momenti di grande intensità a momenti di spensieratezza, di leggerezza, anche se, qui, si trasformano, a tratti, in una sorta di Varietà: le tante entrate e uscite in platea, il coinvolgimento del pubblico nel ruolo della gente del paese, lo spettacolo delle drag queen, la canzone che cantano in coro, e di cui, nella festosità generale, si perde il senso, mentre un senso ce l’ha, quell’incontro con «un angelo che non poteva più volare».

Come nel film, anche sul palcoscenico si parla del travolgente e misterioso viaggio nella vita e nei sentimenti. E il quadro finale è il più convincente di tutti, sotto questo profilo: coralità e armonia, leggerezza e profondità, danza, musica. La bella firma, indelebile, di Ferzan Ozpetek.

Nel 1950 John William Van Druten scrisse un’opera teatrale, Bell, Book and Candle, destinata a diventare un cult movie con un’affascinante Kim Novak che perde i suoi poteri magici nel momento in cui si innamora di Jimmy Stewart. La storia è deliziosa, ma quel finale non mi è mai andato giù. Quando ci si innamora la magia non si disperde ma si amplifica e ci pervade. L’amore, soprattutto quando si fa passione, sembra distruttivo, ma non lo è mai; è vita nascente, come quella del Big Bang; è ispirazione, è pulsione irrefrenabile. Come scrive Ozpetek: «Nei sentimenti siamo guidati da leggi misteriose, forse il destino o forse un miraggio, comunque qualcosa di imperscrutabile e inspiegabile. Perché, in fondo, non esiste mai un motivo per cui ti innamori. Succede e basta, è un entrare nel mistero: bisogna superare il confine, varcare la soglia. E cercare di rimanerci, in questo mistero, il più a lungo possibile». Ed è esattamente questo il messaggio che sottende Mine Vaganti. Come è accaduto quando lo abbiamo visto al cinema, da teatro usciamo sentendoci innamorati. Di noi stessi, di un’altra persona, di un lavoro, di un sogno. Non ha importanza. L’importante è sentire la magia dei sentimenti che riempie l’anima nel travolgente ritmo della libertà di esistere per quello che siamo.

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