di Raffaella Bonsignori

 

All’Off Off di via Giulia Milena Vukotic interpreta il ruolo di Émile du Châtelet, testo scritto da Francesco Casaretti, regia di Maurizio Nichetti.

È immediata l’impressione di avere in scena un gigantesco specchio in cui la Vukotic si riflette nell’immagine di Émile e viceversa. È il segreto dell’interpretazione: un continuo flusso, un’osmosi tra essere e apparire, che arricchisce di mistero sia il personaggio, sia l’interprete.

La scenografia è minimalista ed è una scelta condivisibile, data la prorompenza delle immagini narrate, la sovrabbondanza di avvenimenti. Si narra la storia di una donna dalla sua infanzia ai suoi quarant’anni. Narrare è il verbo chiave e, stando a teatro, dobbiamo aggiungere un purtroppo. Il testo presenta molti inserti raccontati, molte citazioni riferite a soggetti e contesti lontani tra loro, seppure uniti da un fil rouge: si passa da Mileva Marić e dalla sua influenza sul lavoro del marito, ad una lettura filosofica delle teorie quantistiche di Schrödinger, si parla della teoria di Einstein, cercando di sciogliere l’acronimo E=MC2, e si fa cenno in modo necessariamente sommario agli studi di Émile che hanno ispirato la fisica del futuro. I versi poetici, poi, quelli di Eliot in inglese e quelli di Voltaire in francese rappresentano una buona occasione per virtuosismi attoriali, ma distraggono e stancano.

Peraltro, anche sotto il profilo contenutistico il testo non convince. È una personalità complessa, quella di Émile du Châtelet e purtroppo non appare completamente messa in luce: troppe licenze storiche. Non si pretende certo che si porti sul palcoscenico un saggio, ma la verità parziale distorce la realtà. Quella vista a teatro è una coraggiosa paladina della parità di genere, si batte persino a suon di spada per il diritto delle donne a studiare e a frequentare circoli e caffè al pari degli uomini e non esita a tirare fuori la parte maschile di sé, come accadrà a George Sand poco più di mezzo secolo dopo; è una donna intelligente, una scienziata di pregio e, al contempo, una tipica donna settecentesca libertina e gaudente, che si muove nella vita in una spasmodica ricerca del piacere inteso come contraltare alla noia, ma, nel raccontarsi, fa anche un minestrone tra amore, passione, piacere e vizio. La parola amore ricorre anche quando non è amore e non viene pronunciata quando, forse, i fatti assomigliano ai sentimenti e tutto ciò confonde.

Le verità parziali, a volte, sono affascinanti ma infide. Un simile personaggio va bene se lo si inventa, ma se viene preso dalla storia, allora bisogna raccontarlo per quello che è.

L’Émile che nei suoi Discours pubblicamente prende le parti delle donne e della parità di genere, è, in realtà, invischiata in un irrefrenabile narcisismo. Vive in un universo Émile-centrico e si abbandona spesso a deprecabili piccolezze d’animo in netto contrasto con i suoi manifesti. Si rivolge con superiorità a chiunque sia di ceto più modesto, comprese le donne che lavorano nella sua casa; manifesta con parole di fuoco la sua spudorata invidia quando, nel 1746, viene conferito alla poetessa Anne-Marie du Boccage il primo premio dell’Accademia di Rouen, che Emile riteneva di meritare di più; ma è nel suo ruolo di madre che dà il peggio di sé. Dal matrimonio con Florent Claude du Châtelet-Lorraine nascono tre figli: Gabrielle-Pauline, Louis Florent e Victoir Esprit, che muore a sedici mesi. Émile si dispiace molto della morte del bimbo e segue abbastanza la vita di Louis Florent, che finirà ghigliottinato nel 1793. Sono i suoi figli maschi, del resto, i figli importanti dell’epoca. Ed Émile, la paladina delle donne Émile, l’eroina anticonformista che sfida i costumi della sua epoca per studiare, con la figlia agisce in modo nettamente contrastante rispetto al femminismo di cui è portavoce. Anche Gabrielle-Pauline ha attitudini per lettere e scienze, ma Émile non l’aiuta minimamente, non le offre le possibilità che suo padre aveva offerto a lei. Al compimento dei sedici anni la manda sposa al duca napoletano Montenero-Carafa, allora trentenne e descritto da Voltaire come basso, grasso e orrendo, ma per Émile il matrimonio della figlia è motivo di vanto personale. Inserisce il fatto che la figlia sia duchessa persino in una lettera di autopresentazione inviata al matematico svizzero Johann Bernoulli. Tempo dopo il matrimonio, poi, in una lettera ad amici, parlando della figlia scrive «mi sembra che si stia consolando» e questo la dice lunga su quanto la ragazza fosse felice di quel matrimonio. A causa dell’ossessivo desiderio del marito di avere una discendenza, avrà sei gravidanze, perderà quattro bambini, morirà di febbre puerperale a 28 anni a causa dell’ennesima gravidanza e, di lì a due anni, la seguiranno nella tomba anche i due figli sopravvissuti. In tutto questo tempo non vedrà mai la madre, che si limiterà a scriverle qualche lettera e a mandarle un medico di fiducia poco prima della morte. Forse, scrivendo di Gabrielle-Pauline, sarebbe uscita una storia pregna della tensione drammatica autentica che manca nella vita di Émile.

È un attento studioso del Tao e del Tantra, Francesco Casaretti; di un affascinante universo in perenne divenire, pregno di potenzialità, di energia. Anche Émile du Châtelet era taoista, come molti pensatori della sua epoca e delle successive. Lo racconta lo stesso Casaretti nel suo libro Taoisti d’Occidente. Inevitabile che questa sia anche una chiave di lettura del testo teatrale: la forza primigenia che informa l’esistenza intera. Dunque la sua è un’Émile di cui si vuole vedere principalmente la dirompente energia interiore, la cinetica delle molecole invisibili, quelle che compongono la personalità ed il pensiero. Émile è energia quando studia, è energia quando si dedica al piacere; è una grandissima scienziata e una donna estremamente moderna nella gestione della sua vita relazionale. Va bene. L’immagine è corretta, ma Émile non è solo questo e traballa parecchio come icona coerente di femminismo, come eroina di istanze libertarie per le donne.

L’interpretazione di Milena Vukotic segue perfettamente le pieghe caratteriali di un personaggio in bilico perenne tra riflessione ed iperbole emotiva. È dotata di una freschezza interiore che traspare dal suo sorriso, dai suoi occhi sempre accesi sul mondo, dal suo corpo agile. Veste in modo abbastanza credibile i panni di una donna sui quaranta che si racconta in un tempo senza tempo. Milena è una donna senza età, del resto, che viaggia nel mondo dei suoi personaggi con immensa grazia. La sua Émile è appassionata, vibrante. Ha lavorato molto anche sulla voce, Milena. Pur sempre connotata da una vena di delicatezza ottocentesca che finisce spesso in un amabile falsetto, diventa, qui, a tratti profonda e sensuale e, a tratti, cattedratica e imponente, realizzando momenti di alta qualità drammatica e anche di sottile ironia. Il suo è un monologo che guarda dentro e fuori di sé con scetticismo e spregiudicatezza; Milena si trasforma ora in un’Émile prònuba, conoscitrice della morale che critica aspramente, e ora in un’Émile nubenda, frizzante e curiosa del piacere.

Conosciamo bene il valore del monologo, quello vero: è un modo intimistico di fare teatro, significa lavorare sull’anima del personaggio in modo totalizzante. A volte si vedono monologhi che sono tali solo per avarizia di produzione e un solo attore si ritrova a dire cose che avrebbero richiesto un dialogo a più voci. Non è questo il caso, sebbene la voce fuori campo di Milena stessa, che evoca i trascorsi teatrali di Émile e di Voltaire, rischi di assumere una sfumatura lievemente artificiosa. E, a quel punto, viene in mente che, forse, anche la Milena che racconta e l’Émile che si racconta avrebbero potuto interagire. Le cose dette tra loro sarebbero uscite allo scoperto senza necessità di essere raccontate e il leggio, un po’ ostico, in questo contesto, avrebbe perso di significato.

La regia di Nichetti è calibrata, apprezzabile. Lui è bravo, oltre che tanto simpatico. Stonano solo alcune notazioni vagamente pletoriche. Mi riferisco all’avvicendarsi delle immagini sul cavalletto, che contribuisce a raccontare quel che viene già fin troppo raccontato a parole; al panier, che entra nella storia e subito sparisce, immagine di corredo alle parole che sottolineano come le donne, allora, fossero vincolate da sovrastrutture non solo nell’abbigliamento; all’abito appeso sullo sfondo, che entra in scena con un apparente litigio da vaudeville ottocentesco tra attrice e regista in modo da indicare non solo l’epoca in cui ci troviamo, ma il carattere ribelle della donna, altrove più volte evidenziati. Domina il colore rosso, nell’abbigliamento di Émile. Narra qualcosa anche quello: storie di passione. Sotto questo profilo l’ho trovata una scelta perfetta, sicuramente migliore del giallo e dell’azzurro, che erano i colori che Émile amava indossare. Non è meramente strumentale il risalto dato alla passione, del resto: nel suo modo spudorato e spavaldo di amare, Émile assomiglia ad una donna goldoniana, «pazza e saggia» per dirla con la Duse; ha l’arguzia e l’intelligenza della Porzia shakespeariana, che ha in mano la propria vita e si muove in essa da regina assoluta; ma è anche una perdente di fronte all’amore, in tutte le sue sfaccettature inteso.

Nonostante questo spettacolo abbia suscitato in me più d’una perplessità, nel complesso è un’opera da vedere. Sarebbe bello farlo dopo aver studiato la vita di Émile du Châtelet, in modo da apprezzare quel che c’è di lei e tenere presente quel che non c’è, sebbene la Vukotic, nella sua interpretazione, metta tutto, anche il non detto.

L’esperienza teatrale merita sempre di essere vissuta. Quello di martedì, poi, è stato un ritorno alla piena capienza e vedere la sala dell’Off Off gremita di teste attente e di applausi è stato un piacere enorme. 

Condividi su: