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Marilyn troppo bionda per essere creduta, troppo fragile per essere compresa

Al Teatro Manzoni di Roma va in scena con la regia di Daniele Salvo il testo scritto e interpretato da Melania Giglio incentrato sull’animo tormentato della Monroe.

Due uomini, una sola donna che li lega. Due oscure sagome maschili, una sola risplendente visione femminile. Joe Di Maggio, Milton Greene e lei, Marilyn Monroe, da poco deceduta. Il suo ricordo è vivo, pulsante. La sua morte un incubo che non allenta la presa. Marilyn Monroe Troppo bionda per essere creduta racconta una storia di fedeltà, amicizia e amore, ma soprattutto ricerca nella penombra dell’introspezione psicologica la donna dietro la maschera.

Se nei loro limiti Joe Di Maggio e Milton Greene conobbero e seppero riconoscere la vera Norma Jeane, il resto del mondo vide solo la bionda e spensierata Marilyn, cristallizzandola in un’icona divistica quasi bidimensionale, non leggendone complessità e sottotrame dell’animo. In Marilyn Monroe Troppo bionda per essere creduta tutti vogliono Marilyn, tentano di afferrarla con avidità ed egoismo, uomini dal volto coperto la reclamano, mentre intanto Norma Jeane è lì ad attendere amore e verità.

La sua malinconia e fragilità la scindono dal resto del mondo, è miraggio ma non persona. Così irrompe sulla scena cantando, esibendo la sé più amabile, ma è poi nel dialogo con Joe e Milton che esce fuori la sua vera natura, tormentata e controversa. Una sensibilità che non ha protezioni, che assorbe e porta sulle spalle il peso della mancanza d’amore e del giudizio altrui. Melania Giglio si confronta con la duplice natura di Marilyn, dipingendo attraverso pennellate interpretative vivaci e corpose una donna la cui sensibilità pronunciata fatica a respirare in una realtà di ipocrisie dove la profondità spaventa.

Questa emotività si accompagna a una delicatezza e gentilezza, freschezza e gentile impulsività che risplendono nel buio della scomparsa e nel dolore della memoria. In scena anche Danny Bignotti (Joe Di Maggio) e Sebastian Gimelli Morosini (Milton Greene), che con le loro interpretazioni intense ricreano la melanconia della perdita, ma anche la vasta gamma di emozioni che accompagnarono verosimilmente questi due uomini a Marilyn vicini, dall’euforia e dall’entusiasmo trascinante di Milton, il fotografo che seppe catturare più di ogni altro la sua anima vitale, alla frustrazione e alla tristezza quasi compressa di un Joe Di Maggio legato da un affetto sincero e viscerale eppure incapace di salvarla.

Il testo della stessa Melania Giglio, che attinge ai diari di Marylin Monroe elaborando in modo personale ma plausibile eventi storici e il vissuto personale dell’attrice hollywoodiana, mette in risalto quanto fosse una pioniera dell’emancipazione femminile e una figura anticonvenzionale nel mondo patriarcale americano. Vengono pertanto accennate le istanze femministe di un’indipendenza femminile e la ricerca di una libertà di scelta lavorativa, senza però fortunatamente sommergere di retorica la figura fragile e inclassificabile di Marilyn, che tutto era a modo proprio, come un’attrice è chiunque ma rimanendo intrinsecamente fedele a un proprio tocco di unicità.

La regia di Daniele Salvo ricrea con eleganza un tempo sospeso, luogo di intimità e confessioni. Brillano scene musicali come numeri di varietà cantati con intensità e magnetismo dalla voce calda ed espressiva di Melania Giglio, che personalizza con la propria potenza canora i celebri brani di Marilyn, quasi a volerli trasformare nel compimento artistico della vera natura ribelle di Norma e tirare fuori la vera visceralità delle emozioni. Le canzoni sono tutte eseguite dal vivo e comprendono nel proprio repertorio Diamonds are a girl’s best friend, I wanna be loved by you, River of no return, Bye, Bye Baby e Candle in the Wind.

Una proiezione ideale, desiderio ed espressione di un’interiorità vulnerabile ma anche indomabile. Se nel canto abbiamo questa oasi di luminosità, nel parlato i dialoghi e i monologhi portano un materiale intriso di tristezza e trasparenza. Le risate e la voce delicata e sensuale di Marilyn sprofondano in voragini esorbitanti, dalla lite con Joe Di Maggio alla reclusione in manicomio, fino al monologo su “lupi” della sua vita, tappa inevitabile per ogni ragazza.

Quadri che catturano l’anima di Norma Jeane/Marilyn con delicatezza e sensibilità, strappandola alla morte, portando in scena un bagaglio emotivo importante in una storia di elaborazione di un lutto che coinvolge tutti noi, perché lei è oltre che una persona amata di cui sentiamo nostalgia anche riflesso di quella fragilità che il mondo non accoglie ma che brucia e si agita nei recessi del cuore. Norma Jeane era l’autenticità, la bellezza, la purezza incompresa e privata della sua dignità da una società che negli occhi di Marilyn non vedeva abbastanza il candore e la preziosità di una giovane donna sensibile e vulnerabile.

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Marilyn Monroe, Troppo bionda per essere creduta – – Di Melania Giglio con Melania Giglio- Danny Bignotti- Sebastian Gimelli Morosini- Regia Daniele Salvo- Costumi Daniele Gelsi- Scene Alessandro Chiti- Produzione Bis Tremila – Assistente alla regia Matteo Fiori- Arrangiamenti originali Heron Borelli- Grafica Mario Toccafondi – Teatro Manzoni di Roma- Prima nazionale assoluta, dal 5 al 22 marzo

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