di Claudio Riccardi

 

Del 1968 e dell’immenso carico di cambiamenti che quell’anno portò nella vita un po’ di tutti. Grandi e piccini, uomini e donne, lavoratori e studenti, laici e credenti, popolani e cittadini. Chiara Casarico e Giuseppe Di Trizio hanno deciso di sviscerarne i passaggi chiave a partire dalle canzoni uscite in Italia in quello storico anno. Il titolo dello spettacolo “Ma che colpa abbiamo noi” altro non è che un passaggio di una canzone dei Rokes, con testo italiano di Mogol, che si piazzò al secondo posto al Cantagiro edizione 1966.

Uno spettacolo – prodotto da Il NaufragarMèDolce e Radicanto –  che si svolge a colpi di chitarra, di strofe, di aneddoti e ricordi, di messaggi brevi scritti su cartone: gli slogan, una delle tante novità che arrivarono con l’uragano sessantottino. Il palcoscenico dell’Altrove Teatro Studio, dal 18 al 20 febbraio, ha riavvolto l’orologio indietro di oltre mezzo secolo. Non è stata però una messa in scena per nostalgici della piazza e della rivoluzione, tutt’altro. Al microfono, Chiara Casarico ha snocciolato un riuscito mix di cronaca, storia nazionale e vissuto personale. Con energia ma anche delicatezza, ironia e l’entusiasmo di chi si sorprende di fronte a un mondo. Che cambia pelle. Che a volte mette la retro e torna indietro, purtroppo, ma che, altre volte, ingrana la quarta e spedito procede in avanti. Supera tare secolari, millenarie. Passaggi che oggi diamo per scontati, ma che in realtà sono frutto di dolorose e faticose conquiste.

Qua dolci e là con slanci grintosi, gli arpeggi sussurrati da Di Trizio hanno inframezzato alla perfezione il racconto, restituendo toni di leggerezza e disegnando profezie di speranza, credi inconfutabili, ideologie e illusioni. Casarico è presenza magnetica e abilissima ad alternare recitazione e registro canoro. Il pubblico ha recepito, in un climax di coinvolgimento culminato con battimani a ritmo. Atmosfere da live concert, un anticipo se vogliamo temporale di quella fu la grande stagione dei festival musicali all’aperto, altro lascito del ’68. Che è tornato e prepotente a riproporsi, in questi giorni, colorando di giallo e azzurro agorà e platee, fisiche e virtuali, di mezzo mondo.

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