di Tonino Pinto*

 

Luisa professionista della cura dell’estetica, apprezzata nel mondo del cinema, anche per l’innata passione per i film e gli eroi degli stessi, ci ha ricordato che il 13 maggio del 1961 scompariva Gary Cooper, uno dei miti del cinema americano del dopoguerra.  Facevo volentieri la fila al botteghino per vedere i suoi film dice Luisa, crescendo con il mio lavoro nell’ambiente del cinema era facile anche ottenere i famosi biglietti omaggio. “Poi ti do i biglietti del cinema per vedere il tuo Gary Cooper”.  Oggi farebbe ridere, a che servono, tanto i cinema sono chiusi. Per fortuna rimangono i suoi film, capolavori come “E’ arrivata la felicità” di Frank Capra che li valse la prima candidatura all’Oscar come miglior attore,  “Il sergente York “del 1941, che lo consacrarono eroe dello schermo, “L’idolo delle folle” del 1942, biografia del grande giocatore di baseball di Lou Gehrig,  “Per chi suona la campana” del 1943, dall’omonimo romanzo di Ernest Hemingway.  Nel 1953 Gary Cooper vinse anche il suo secondo Oscar come migliore attore per la sua memorabile interpretazione del tormentato sceriffo Will Kane in “Mezzogiorno di fuoco”, un cult movie ancora oggi e sempre dell’industria e della storia del cinema. Merita di essere ricordato anche “Arianna” al fianco di Audrey Hepburn del 1957 diretto da Billy Wilder. Gary Cooper, “Coop“ come lo chiamavano gli amici, iniziò nel 1936 una carriera ad Hollywood partecipando ad oltre cento film, figlio di un noto avvocato di Birmingham, imparò a cavalcare per ristabilirsi dai postumi di un incidente.

Durante questo periodo fece amicizia con Myrna Loy, già celebre attrice di Hollywood con la quale ebbe anche una storia e fu proprio lei a propiziare il primo contratto con la Paramount che lo lanciò e lo presentò poi successivamente a Samuel Goldwin,  potente proprietario della mitica Metro Goldwin Mayer.  Sono diventato attore disse in  una celebre intervista solo per sbarcare il lunario dopo avere fatto e avere fallito come disegnatore e caricaturista politico, che era la mia vera passione. Strepitoso eroe del western d’epoca e anche del melodramma, l’American Film Institute lo ha iscritto all’undicesimo posto tra le più grandi star di Hollywood e della storia del cinema americano.  Alto oltre un metro e novanta, fisico atletico senza essere un atleta, occhi chiari, una faccia da buono ma dal carattere deciso. Mi ricordo che negli anni 90, Thomas White, uno dei miei grandi producer americani per i miei documentari, mi fece vedere l’ultima casa che aveva abitato Gary Cooper.  Era una specie di fattoria messicana dove lui passava gli ultimi giorni della sua vita sdraiato  su un canapè nel giardino con il Winchester, sparava alla campana che riproduceva proprio lo stile messicano.  Faceva innamorare le ragazzine  naturalmente nel pieno della sua attività e anche le giovani star di quella Hollywood degli anni ‘30 e ‘40, attrici come Claire Bow detta la “rossa incendiaria”, Lupe Velez,  donne importanti  come Dorothy Caldwell Taylor, ex moglie dell’aviatore Claude GrahameWhite, nota anche come contessa dentice di Frasso.  

Nel 1933 Gary Cooper all’apice di una carriera folgorante sposò Veronica Balfe, un esponente dell’alta società di New York nota ad Hoolywood anche come attrice con il nome di Sandra Show,  nipote dello scenografo Cedric Gibbons, dalla quale ha avuto una figlia Maria nata nel 1937. Tanti film, tanta popolarità e anche tanti fans soprattutto fra le donne protagoniste dei suoi film come Grace Kelly e Patricia Neal, con la quale ha avuto una storia. In Italia con la succitata Luisa naturalmente che rimane una delle sue  fans migliori, lo amarono in tante e soprattutto il pubblico amò i suoi film che incassarono quello che oggi chiameremo rivalutati miliardi di euro. Alla faccia dei biglietti omaggio.

 

* Critico cinematografico e letterario, giornalista, dal 1976 inviato speciale RAI (TG1, TG2, TG3, TG3 Regionale, Rete Uno, Rete Due, Rete Tre) per Cinema, Spettacolo, Costume.

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