di Giulia Pernaselci

 

Il 1° settembre ai Giardini della Filarmonica c’è stato il ritorno de “Le dissolute assolte”, per la 27ª edizione dello storico festival “I Solisti del Teatro”, con Alessia Fabiani, Lucia Rossi, Nela Lucic, Valentina Ghetti, Priscilla Micol Marino, Glenda Canino, Raffaella Paleari, Licia Amendola,  e Marco Giustini. Le numerosissime donne del Don Giovanni si mettono in mostra in un elegante scenario che per l’occasione cambia totalmente vesti, trasformandosi in un bordello en plein air, dove il pudore viene lasciato da parte.

Le protagoniste spiccano per la sfacciataggine vivace dei completi che indossano, i quali fungono da biancheria intima, i mantelli dai colori sgargianti e i tacchi vertiginosi. I costumi stentano ad adempiere a quella che dovrebbe essere la funzione originaria di nascondere le nudità. Al contrario, centimetri di pelle escono allo scoperto e con questi anche delle verità scottanti. La stilista e curatrice della scenografia è Laura Di Marco.

Lo spettacolo, dilettevole nella sua riuscita, è ideato, scritto e diretto da Luca Gaeta. Il regista ha pensato l’entrata dei personaggi femminili in modo divertente quanto spumeggiante e imprevedibile. Insieme, fanno irruzione nello spazio antistante l’interno della location.

Le ragazze nel vedere i volti del pubblico sono ben poco stupite… sembrano ritrovare “clienti” di vecchia data. Li stuzzicano con battute ammiccanti, tanto che risulta quasi impossibile sfuggire alle accesissime provocazioni.

Lo stesso pubblico viene sedotto, e contemporaneamente condotto nel bel mezzo di un set a luci rosse. Qui, in preda al desiderio di conoscere per gioco le papabili amanti, si prende posto.

Il buio pesto è ideale per far da sfondo alla frivolezza della lussuria che si risveglia nelle ore piccole. L’oscurità è stemperata dai toni caldi di candele che illuminano l’atmosfera rendendola incandescente. Si respira un’aria ardente, così come gli intrepidi cuori delle meretrici, conquiste di un uomo che non le ha mai amate veramente.

A tessere il filo conduttore delle loro storie c’è Leporello, il servo che trascorre i suoi giorni, ma soprattutto le sue notti, facendogli compagnia. Egli è costretto a subirne gli sfoghi deliranti fino allo sfinimento. Fra una lamentela e l’altra, si appella agli spettatori con la sua simpatia irrefrenabile. Nessuno riesce a tirarsi indietro dal ridere con fragore.

Le sinuose sagome seminude ondeggiano con sensuale malizia, abbandonandosi al piacere più assoluto che traggono da vizi consolatori, fra cui l’alcol, le sigarette e il suono della fisarmonica. Ognuna di esse ricerca risposte inesistenti in merito a un tradimento deleterio. Tutte, a turno, confidano avvilenti reminiscenze di storie d’amore ormai dissoltesi nel nulla.

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