di Tonino Pinto*

 

 

Suo grande amico, tutte le volte che viene in Italia, è il critico e saggista Claudio Masenza, un’amicizia che dura da anni per Richard Gere, l’attore al debutto da protagonista di un’importante serie televisiva dal titolo ”MotherFatherSon” quasi, ha scritto la stampa americana, una tragedia shakespiriana. Una volta, lo raccontai anche a Masenza che sorrise, dovendolo intervistare sulla terrazza di un noto albergo romano in una giornata ventosa, sapendo che era il giorno del suo anniversario il 31agosto, e vedendo i suoi bei capelli allora “cacio e pepe”, scompigliati dal vento, a conclusione di quell’intervista gli regalai, facendogli gli auguri, un pettine stilizzato dal famoso Vergottini, oggetto alla moda in quel periodo. Gli spiegai il perché, lui si fece una risata, accettò il regalo e pettinandosi divertito i capelli al vento disse: ”Questa è davvero una bella idea”.

L’ultima volta invece due anni fa al Festival del cinema dei ragazzi di Giffoni, dove riceveva la famosa targa Truffaut  alla carriera, applaudito da migliaia di giovani ma anche dalle mamme, entrò in  sala stampa dove conducevo gli incontri, elegante, camicia di lino bianca come i pantaloni, sorriso coinvolgente, affascinante  come sempre, la sala gremita di giornalisti,  al mio annuncio al microfono “ed ecco a voi Richard Gere”, un uragano di applausi accolse l’uomo di Philadelfia, lo stesso che nel 1973 giovanissimo  stupì pubblico e critica in teatro a Broadway con “Grease” nel ruolo iconico di David Zuko, ruolo che poi sul grande schermo venne affidato a John Travolta. Mi vide, si ricordò forse del pettine di Vergottini chissà’ o forse per un’’atto di gentilezza nei confronti del vecchio cronista che lo aveva intervistato già in diverse occasioni, si chinò’ su un ginocchio con un saluto alla D’Artagnan e ci rapì con i suoi ricordi parlandoci dei suoi film, del cinema, della sua amicizia con il Dalai Lama, del suo impegno come uomo e come personaggio a favore della lotta contro le ineguaglianze sociali, contro ogni forma di razzismo. Ora dopo una carriera stracolma di film, di successi di mogli, ben tre, di figli, l’ultimo nato proprio in piena pandemia da coronavirus, dopo aver conquistato la popolarità globale con film come “Ufficiale Gentiluomo”,”Pretty woman”, fino a quel “il dottor T e le donne” chiamato dal regista Robert Altman e soprattutto quel grande film musicale “Chicago” che gli valse un Golden Globe come miglior attore.

Dal 2012 Gere ha sposato il cinema indipendente con film come “Un barbone a New York” adesso dopo una vita sullo schermo con più di 80 film,  Richard Gere “volpe argentata” come lo chiamano affettuosamente sul set, si impegna in un inedito ruolo di uomo spietato in “MotherFatherSon”, protagonista di una serie televisiva di Sky Atlantic nel ruolo di Max Finch, perfetto esempio di self-made man dell’industria dell’acciaio, abile nell’utilizzo dei media, influenzando le elezioni e la vita politica americana, il tutto sullo sfondo di una crudele saga familiare. Un debutto per Richard Gere nella serialità, ma anche in un ruolo assai lontano da quel bello e simpatico sciupa femmine che in fondo gli ha garantito il successo. E proprio il caso di dire che quell’american gigolo è definitivamente cresciuto.

 

* Critico cinematografico e letterario, giornalista, dal 1976 inviato speciale RAI (TG1, TG2, TG3, TG3 Regionale, Rete Uno, Rete Due, Rete Tre) per Cinema, Spettacolo, Costume

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