di Giorgia Leuratti

 

 

Due fratelli, una reciproca richiesta d’aiuto, due esistenze che annaspano nel terrore di sprofondare nel baratro, nella miseria: il distacco brutale dalla terra, l’esproprio di un terreno che garantiva sussistenza, è solo il colpo d’inizio in un susseguirsi di rinunce, entro cui la privazione, i suoi disperati sviluppi sembrano sovrapporsi alla normalità fino ad inghiottirla del tutto.

Tratto dal testo teatrale e libro di Michele Santeramo, “La Rivincita” (2019) di Leo Muscato, presentato in esclusiva su Ray Play, si costituisce come esordio cinematografico dell’autore teatrale.

Di miseria in miseria, Vincenzo (Michele Cipriani) e Sabino (Michele Venitucci), dapprima ostili, divengono presenze indispensabili l’uno per l’altro; entrambi col culo per terra, si avviano a riscoprire un legame che li vede autentici al cospetto di una realtà che minaccia di abbrutirli irreparabilmente.

Di fronte al degenerare di una quotidianità vorticosa, stremante, ogni scelta si tramuta in un appello alla sopravvivenza: costretta a violare se stessa e il proprio desiderio di maternità, Maya (Deniz Ozdogan) trasformerà la rinuncia in rimorso, mentre Angela (Sara Putignano) scapperà schiacciata dalla propria insofferenza.

Si esiste per esistere? Può la povertà deformare l’uomo fino a farlo sprofondare nell’indistinto?

Laddove si vende sangue, si respira veleno, si ricorre alla malavita come ultimo tentativo di sussistenza; due famiglie schiacciate dal dolore, implorano di uscire dall’abisso, dimenticano la propria dignità sentendosi in dovere di barattarla pur di non morire.

Eppure, al di là di questo, qualcosa continua a pulsare, i sofferenti si stringono per rimanere aggrappati alla vita, si salvano l’un l’altro, ricorrendo a mezzi barbari, decisioni improbabili: nello spazio ora rigoglioso ora desolato della campagna pugliese, sei sagome ridono, sono sul tetto con le gambe a penzoloni, sotto di loro il vuoto.

Valorizzata da un cast (Michele Venitucci, Michele Cipriani, Deniz Ozdogan, Sara Putignano, Domenico Fortunato, Francesco Devito, Franco Ferrante) in grado di restituire la disperata alternanza tra gioia e sconforto; un’opera prima che acquisisce intensità anche nelle musiche di Paolo Fresu, nel suono di Piero Parisi e nella fotografia di Giorgio Giannoccaro. 

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