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La memoria ferita di Federico García Lorca risorge nel melodramma corale

Un grande affresco tra storia, archivio e riscatto emotivo

C’è un filo sotterraneo e tenace che unisce il silenzio forzato della Storia alla necessità viscerale del racconto ed è precisamente lungo questa fessura che si muove l’ambiziosa opera dei due registi, Javier Calvo e Javier Ambrossi. Approdato al Rome Film Fest forte del Prix de la mise en scène conquistato alla 79 edizione del Festival di Cannes, del prestigioso People’s Choice Award vinto a Toronto e della designazione ufficiale da parte della Spagna per la corsa all’Oscar al miglior film internazionale, il film trasforma il vuoto lasciato dalla violenza franchista in un canto polifonico sulla memoria e sull’identità queer in Spagna, trovando la propria linfa in un duplice e prezioso dialogo teatrale.

La pellicola nasce infatti dall’innesto tra le pochissime pagine superstiti dell’omonima pièce incompiuta La bola negra, scritta da Federico García Lorca nel 1936 poco prima di essere assassinato e il pluripremiato dramma da camera La piedra oscura, La pietra nera, del drammaturgo contemporaneo Alberto Conejero, qui coinvolto anche in veste di co-sceneggiatore al fianco dei due registi.

Per comprendere la violenza che attraversa la narrazione è necessario guardare a una Spagna ferocemente divisa. Nel 1932, anno in cui Lorca colloca l’opera incompiuta, la Seconda Repubblica Spagnola rappresentava un momento di straordinaria modernizzazione laica, riforme civili e fioritura culturale, ma l’apertura democratica conviveva con un’alta borghesia provinciale e cattolica ancora arroccata su un perbenismo soffocante. L’omosessualità non era formalmente perseguita dal codice penale repubblicano del 1932, ma la condanna sociale nei circoli d’élite restava feroce: bastava una palla nera per cancellare la dignità di un individuo ed escluderlo per sempre dal consesso civile.

Quella frattura ideologica e di classe esplose tragicamente nel luglio del 1936 con il colpo di stato militare contro il governo repubblicano, inaugurando tre anni di spietata Guerra Civile fino al 1939. Il conflitto fu un laboratorio di terrore ideologico: per gli insorti nazionalisti guidati da Francisco Franco, l’eliminazione dei dissidenti non era un effetto collaterale ma una sistematica pulizia morale. In questo disegno cadde nell’agosto del 1936 lo stesso Lorca, fucilato a Granada non soltanto per le sue simpatie progressiste, ma esplicitamente per la sua identità sessuale, bollato dai suoi assassini come una minaccia all’ordine naturale e alla nazione.

In questa tragedia un ruolo determinante e spietato fu giocato dall’intervento fascista italiano, un passaggio storico cruciale che nel film riemerge con precisione drammatica. Benito Mussolini inviò in supporto dei golpisti franchisti il Corpo Truppe Volontarie (oltre cinquantamila soldati) e soprattutto l’Aviazione Legionaria, trasformando la Spagna nel primo banco di prova europeo per la moderna guerra aerea contro le popolazioni inermi. Gli squadroni italiani furono protagonisti di bombardamenti a tappeto devastanti lungo tutta la costa e i fronti repubblicani, dalle stragi aeree su Barcellona fino alle incursioni sui centri settentrionali come Santander e la costa cantabrica, dove il film ambienta la prigionia di Rapún. Quel rombo di motori fascisti nei cieli iberici non rappresentava soltanto un supporto tattico alle truppe di Franco, ma l’inizio della distruzione sistematica della Repubblica democratica, lasciando macerie e ospedali militari improvvisati in cui i repubblicani feriti venivano ammassati prima della fucilazione.

Con la vittoria franchista nel 1939 e l’instaurazione della dittatura fino alla morte del Caudillo nel 1975, il Paese sprofondò nell’oscurità del nazionalcattolicesimo, inaugurando quasi quarant’anni di feroce persecuzione sistematica contro le persone omosessuali. Quello che nella Repubblica era stigma sociale divenne terrore di Stato: nel 1954 Franco riformò la famigerata Ley de Vagos y Maleantes, legge su vagabondi e malfattori, per includervi esplicitamente gli omosessuali, considerati deviazioni patologiche da correggere ed estirpare. Migliaia di uomini e donne vennero arrestati, schedati e internati in veri e propri campi di concentramento e lavoro forzato, come quello di Tefía a Fuerteventura, o rinchiusi in padiglioni carcerari speciali a Badajoz e Carabanchel, sottoposti a violenze quotidiane e terapie di conversione con l’elettroshock. Nel 1970, con la Ley de Peligrosidad y Rehabilitación Social, la morsa repressiva si istituzionalizzò ulteriormente sotto il pretesto della riabilitazione psichiatrica coatta, costringendo un’intera generazione a vivere nell’ombra, nell’esilio interiore o nel terrore continuo della delazione e del carcere.

Dall’incompiuto lorchiano, i due registi traggono il prologo del 1932, in cui il rifiuto borghese e la metaforica pallina nera sanciscono l’emarginazione sociale di un giovane colpevole solo del proprio orientamento sessuale, mentre dal testo teatrale di Alberto Conejero attingono invece il cuore pulsante dell’opera: l’incontro notturno del 1937 in un ospedale militare tra un soldato franchista Sebastián e il repubblicano Rafael Rodríguez Rapún, figura storica reale nonché ultimo grande compagno di Lorca. A queste due radici drammaturgiche Calvo e Ambrossi aggiungono un terzo segmento originale ambientato nel 2017, trasformando l’adattamento letterario in un trittico generazionale compatto e vibrante.

La riuscita di un affresco così stratificato poggia su una direzione di attori rigorosa, capace di dosare l’enfasi lirica con la più dimessa verità psicologica. Nei panni di Rafael Rodríguez Rapún, Guitarricadelafuente offre una prova sorprendente per intensità e trattenuta disperazione, spogliando la figura storica del compagno di Lorca da qualsiasi retorica monumentale. Il suo Rafael è un uomo morente ma febbrile, la cui voce rotta e lo sguardo febbricitante restituiscono il peso insostenibile del senso di colpa per non essere morto a Granada accanto al poeta, trasformando la fragilità fisica nell’urgenza disperata di consegnare i versi inediti prima dell’alba. Accanto a lui, Miguel Bernardeau compie una delle metamorfosi più convincenti del film nel ruolo del giovane carceriere franchista Sebastián. L’attore lavora molto sulla fisicità, a partire dalla postura rigida, quasi robotica, del montanaro indottrinato dalla propaganda nazionalista, per poi lasciar affiorare crepe sempre più vistose man mano che la notte avanza.

Bernardeau fa vibrare l’ingenuità e il terrore del ragazzo, mostrando con precisione millimetrica l’istante in cui la paura del nemico cede il passo a una pietà fraterna che sfuma in una sotterranea, mai dichiarata attrazione. Nel segmento del 1932, Carlos González incarna il tormento borghese del giovane Carlos con una grazia dolorosa e ferita, rendendo tangibile la violenza simbolica del verdetto che lo condanna all’ostracismo ben prima dello scoppio della guerra civile. A chiudere il cerchio nel presente è Milo Quifes nei panni dello storico Alberto, che conferisce alla narrazione contemporanea una nevrosi moderna fatta di distanze emotive e affanni genealogici, mentre il controcanto materno affidato a Lola Dueñas inietta la giusta dose di amarezza e rimozione provinciale.

In questo congegno corale, le presenze di Penélope Cruz, nei panni dell’artista di cabaret Soledad e di Glenn Close, nel ruolo dell’accademica Eleanor, non si riducono a semplici partecipazioni di lusso, ma agiscono come autentici numi tutelari della memoria: Cruz incarna con dolente fierezza la matrice terrena del lutto repubblicano, mentre Close porta in dote una solennità quasi spettrale, perfetta per simboleggiare il peso del tempo e l’internazionalizzazione di un dolore che ha smesso da decenni di essere solo spagnolo. Guidato dalla mano sicura dei Los Javis (così chiamati per la loro l’omonimia), l’intero cast riesce così a sottrarre le vite spezzate alla polvere dell’oblio, trasformando ogni interpretazione in una scheggia viva di quel corpo desiderante che nessuna fucilazione ha saputo cancellare.

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La bola negra- Ispirato all’omonimo opera incompiuta di Federico García Lorca e a La piedra oscura di Alberto Conejero – Regia e sceneggiatura Javier Calvo e Javier Ambrossi – Con Guitarricadelafuente (Rafael Rodríguez Rapún), Miguel Bernardeau (Sebastián), Carlos González (Carlos), Milo Quifes (Alberto), Lola Dueñas (Teresa), Penélope Cruz (Soledad), Glenn Close (Eleanor) – Prodotto da Suma Content – Distribuzione italiana Movies Inspired – 2026 – Rome Film Fest – dal 13 al 25 ottobre 2026
Presentato al Rome Film Fest il 23 gennaio 2026 e dal 14 gennaio 2027 al cinema

Foto – © Ufficio Stampa

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