di Claudio Riccardi

 

Un ritorno inatteso che riaccende, scuote, e infine a sorpresa apre a nuovi scenari. La  mano del destino, spettacolo andato in scena dal 24 febbraio al 20 marzo al Teatro Manzoni, ha i caratteri del dramma romantico che irradia la sua tensione ai terreni del thriller psicologico. Una partita a scacchi dagli innumerevoli ribaltamenti di fronte. Tra una lei e un lui, protagonisti nella vita di un amore viscerale spezzato però dalla menzogna e dalla delusione. Ma di fatto mai sopito, perché al cuore non si comanda, per quanto assurdo e illogico potesse apparire allo sguardo esterno degli spettatori, rimasti incollati sulle poltrone fino all’ultimo secondo per conoscere il finale a sorpresa di questa piecè. Ben costruita a partire dal testo di Alain Teuliè, per la regia di Marco Carniti e la recitazione di due performer di livello: Caterina Vertova e Pietro Longhi, che del Manzoni è – lo ricordiamo – anche direttore artistico. Padrone di casa Longhi lo è per davvero anche sul palco, nei panni di Paul, che dopo esser stato lasciato dalla moglie Lea costruisce una vita nuova, lontano dalla ribalta di Parigi. Lea però riappare, a sorpresa, a distanza di 30 anni, e stravolge di nuovo la vita di Paul. L’atmosfera si fa subito inquieta e pesante. I ruoli si scambiano e le posizioni si scombinano, a ripetizione.

Sorretta da efficaci meccanismi scenografici e luminosi, la narrazione prende un doppio binario: da una parte i dialoghi aprono gli armadi e rivelano gli scheletri degli ex-coniugi, dall’altra ineluttabile corre la strada senza deviazioni della sorte che Lea ha deciso per Paul, per sé, per entrambi. Distruggere per ricomporre. Un approdo tranquillo, in una dimensione diversa, eterea, lontana dagli umani vizi, mano nella mano di nuovo insieme. Il caos si fa calmo, spazza via i venti di burrasca attraversati dalle due anime.

Vertova e Longhi mostrano efficace carica espressiva nel trasmettere le diverse e contrastanti emozioni che caratterizzano un rapporto d’amore sì autentico ma irto di difficoltà e malintesi. J’accuse a ripetizione, malelingue, scorrettezze. Ma anche passaggi più leggeri che strappano anche sorrisi in platea.
Lea e Paul incarnano personalità forti ma agli antipodi, strenue nella difesa delle rispettive peculiarità.
Nessuno dei due in apparenza vuole recedere dal proprio ego, ma entrambi non riescono a fare a meno

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