di Andrea Cavazzini

 

 

Una commedia satirica ambientata nella Germania nazista e con una versione irridente di Hitler avrebbe incontrato inevitabilmente, all’epoca, più di un problema.

Fortunatamente quei tempi sono lontani e, Jojo Rabbit di Taika Waititi(vincitore per la migliore sceneggiatura non originale ai recenti Oscar 2020), nonostante il suo tono decisamente cupo riesce a essere uno dei film più stimolanti e disarmanti realizzati sull’argomento.

Waititi – la cui madre è di origini ebraiche e il padre maori – ha vinto un People’s Choice Award al Toronto International Film Festival nel 2019. Il film è stato successivamente selezionato per chiudere il Jewish Film Festival.

In apertura, un montaggio piuttosto audace di filmati d’archivio, con folle naziste sul tappeto musicale diacronico di  “I Wanna Hold Your Hand” dei Beatles.

Il film è incentrato sulla figura di Johannes “Jojo” Betzler (Roman Griffin Davis), un membro della Gioventù hitleriana di dieci anni che vive nella Germania nazista con sua madre Rosie (un’eccellente Scarlett Johansson).

Avviato dai suoi coetanei all’odio per gli ebrei e alla venerazione per il Führer, Jojo viene spesso sorpreso a parlare con il suo amico immaginario, una versione infantile e chiassosa di Hitler(ad interpretarlo è lo stesso regista Waititi). Il giovane viene anche irriso dai suoi bellicosi amici, che vorrebbero mettere alla prova la sua attitudine omicida sperimentandola su un coniglio. Jojo, alla prova dei fatti, non riesce a trovare la forza per farlo e da quel momento verrà messo al bando con il soprannome beffardo di Jojo Rabbit.

Quando scopre che sua madre ha nascosto una ragazza ebrea (Thomasin McKenzie) nella loro soffitta, il ragazzo entra in crisi, combattuto dai crescenti sentimenti sentimentali nei confronti della sua nuova amica e la cieca lealtà verso quel bieco omicida, al vertice di un regime razzista.

Rosie Betzler (Scarlett Johansson) nel segreto della sua scelta di solidarietà verso la ragazza ebrea che nasconde, espone con coraggio e misura la sua stessa incolumità , mentre (Sam Rockwell)nei panni del Capitano Klenzendorf eccelle come leader conflittuale del gruppo locale della gioventù hitleriana. Da parte sua, il giovanissimo Roman Griffin Davis riesce ad apparire efficace e convincente vestendo i panni di un bambino cosi fragile e spaventato da non riuscire nemmeno a legare i lacci delle proprie scarpe. È la sua vulnerabilità che rimane con te, la sua crescente consapevolezza che non si può dare per scontato il bene. E con le ideologie razziste che riemergono ancora una volta ai giorni nostri, Jojo Rabbitci ricorda che non dovremmo farlo neanche noi.

Waititi va addirittura al di là delle già sperimentate satire su Hitler, traghettandoci in una produzione audace e ambiziosa. Nel solco tracciato da Charlie Chaplin (Il Grande Dittatore) e Mel Brooks (Per favore non toccate le vecchiette), lo scrittore/regista neozelandese è riuscito a riaffermare l’irrazionalità maligna dell’ideologia nazista al tocco leggero dell’ironia, preservando intatta –nel contempo- la sacralità della memoria dell’Olocausto.

Taika Waititi ci ha regalato una satira acuta, talvolta devastante, forse non da tutti condivisa e apprezzata, ma che conserva indiscutibilmente il merito di rammentarci la natura distruttiva del nazi-fascismo.

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