di Giorgia Leuratti

 

Due uomini immobili sulla scena; hanno grembiuli bianchi, canestri di limoni alla loro destra, ne tagliano uno, lo ingurgitano, avidamente; è nel sito distopico dell’Istituto Beniamenta che ha luogo “Jakob Van Gunten” opera di Robert Walsner, in scena fino al 17 Novembre al Teatro India di Roma per la regia di Fabio Condemi.

Assordante un ticchettio s’impadronisce dello spazio, è un metronomo a scandirne il ritmo; collegato al microfono detta rigore all’azione iterata entro cui le sagome agiscono: ora forsennati, lucidano l’oggetto dorato, ora lo fanno risuonare per poi scagliarlo nel mezzo del proscenio.

Un grammofono, un acquario, grandi impalcature gialle entro cui i corpi ripetono i loro movimenti; nel sovraffollamento di oggetti ognuno di essi risulta funzionale alla grammatica scenica, contribuisce ad evocare quell’atmosfera distorta progressivamente diretta ad una “educazione al rovescio”: giovane rampollo di nobile famiglia, Jacob sceglie l’annullamento di sé, entra volutamente in un “collegio per servi”.

“L’uniforme ci umilia e ci esalta” – con zelo ed affanno i giovani perseguono una cieca obbedienza, bramano ininterrotti al raggiungimento di un servilismo intrinseco che li disgiunge dall’esistenza stessa: pregnante nella sua esacerbazione e nel suo valore simbolico, ogni scena (Fabio Cherstich) si imprime nell’immaginario acquisendo risalto attraverso un disegno di luci (Camilla Piccioni) che ne vivifica la suggestione.

Nel riconoscimento di una specifica volontà registica, quella di addentrarsi visceralmente nella scrittura dell’autore svizzero, osserviamo un’alternanza subitanea fra costruzione dell’immagine e inserimento invariato di stralci diaristici presenti nel romanzo; è il ricorso trasversale ad uno sguardo ironico a ribaltare la concezione di arrivismo borghese, a creare un eufemismo del “dolore e i suoi fulminei soprassalti”.

“Che contegno, che buone maniere!” – cadenzata l’azione dei personaggi (Gabriele Portoghese, Xhulio Petrushi, Lavinia Carpentieri), riesce a creare un continuum tra i quadri: nell’alternanza tra lunghi soliloqui scene di galateo, azioni simmetriche; assistiamo allo sprofondare dell’azione dentro un mondo agghiacciante ove infliggersi sofferenza, trasformarsi in “magnifici zeri” equivale a defilarsi dall’esistenza.

Ed ecco troviamo nel canto distorto, deformato dall’elio, un ultimo grido agghiacciante, stato dello spirito che nel paradosso arriva a far convergere risata ed angoscia.

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